12/03/13

DUKE ELLINGTON




Parlare di Edward Kennedy Ellington è come raccontare la storia della musica del 20°secolo condensandola in una parola perchè Ellington è la musica del secolo scorso. Per quel che mi riguarda si può semplicemente condensare l’intero discorso partendo da una parola di quattro lettere, semplice e veloce, comprensibile in ogni lingua perché Ellington è universalmente riconosciuto come the DUKE.

La sera del 29 aprile 1969 Duke Ellington compiva 70 anni ed era alla Casa Bianca per ricevere la Medaglia della Libertà, l’ennesimo riconoscimento per una carriera senza limiti e senza soste: la sera seguente avrebbe diretto la sua orchestra al Civic Center di Oklahoma City. Strada… sempre in strada. La sua casa era la strada da oltre mezzo secolo. Da dove trarre ispirazione se non dalla propria casa? Ellington iniziò a suonare il piano giovanissimo, in adolescenza era già un band leader riconosciuto e stimato nella natia Washington. Poi, nel 1922 si trasferì a New York, per suonare nel complesso di Wilbur Sweatman ed entrare a far parte della prima storica big band, la Snowden’s Novetly Orchestra, in uno dei più eleganti locali di Harlem.

Harlem. Il centro della musica, il cuore del suono del ghetto. Il cuore della musica pulsante nelle notti, pieno di vita, di suoni di voglia di emergere. Harlem, culla dello swing in cui i temi orchestrali che rientravano nelle sonorità definite “growl” e “jungle” erano apprezzati e ricercati dai bianchi. Il jungle, in particolare, era gradito dai bianchi che vedevano nella gente nera creature non sviluppate e semplici, quasi primitive e legate alla loro terra madre, l’Africa, con giungle e savane i cui suoni esotici il jungle riproduceva. Lo stesso stile di Ellington, legato alla compiacenza della clientela – di prevalenza white - del Cotton Club, non era emancipato e raffinato. Lasciamo perdere gli arricciamenti di naso all'ennesima manifestazione razzistica della civiltà americana e contestualizziamo il periodo. Siamo negli anni 20, subito dopo la prima guerra mondiale e prima della grande depressione (in realtà il periodo di crisi fece compiere grossi passi verso l'integrazione sociale tra bianchi e neri: la povertà colpiva indistintamente tutti) e la popolazione afroamericana, nella maggior parte del territorio statunitense, viveva in vecchie capanne in zone senz'acqua e senza luce. Le grandi città, poi, accentuavano il divario con la creazione di agglomerati ghetti. Occorreva fare molta strada in tutti i sensi e la musica era lo strumento più facile ed immediato da utilizzare.
La musica, secondo Ellington, era quello strumento che doveva far allontanare i pregiudizi ed unificare le popolazioni. Solo ballando allo stesso ritmo e amando gli stessi pezzi si potevano fare passi avanti. Cosa si poteva fare di meglio se non ascoltare il suono della vita e della gente? Imparare dalla “terra” quello che la gente ascolta. Imparare ad ascoltare la vita. Nella storia della musica americana i baluardi imprescindibili e determinati di ogni suono ed evoluzione musicale sono Blues e Swing. Il blues è il suono della vita, della sofferenza e della passione. Il blues è quella parte di musica che ti prende e ti stende e non ti fa rialzare o che ti fa dire: Dove cazzo sono stato sino ad ora? Il blues governa le passioni, i suoni, le emozioni. Il blues parla. Il blues grida. Il blues ride e stride e frigna. Lo swing, invece, è l’amore. E’ ciò che unisce e prende corpo. E’ quella parte della musica che permette a due strumenti di stare insieme e di parlarsi, di ascoltarsi, di dire di se dichiarando il proprio blues. Si può descrivere lo swing prendendo ad esempio il sentimento che nasce tra due persone, ciò che c’è prima di ogni parola, di ogni gesto. Ecco… si può dire che il bacio, la parola, sia il blues e che il sentimento, ciò che spinge verso l’altro, che spinge a baciare a dire a cercare, sia lo swing. Lo swing è ciò che unisce portando con se le parole, i gesti, le storie. In quest’ottica, parlare del più prolifico tra i musicisti americani diventa semplice ed immediato. Elemento centrale della sua vita e fonte d’ispirazione assoluta è la straordinaria capacità seduttiva che Edward Kennedy aveva. Seduceva con eleganza e con passione e per un personaggio eternamente sul palcoscenico appare come antitetico rispetto al gioco di distanze che si crea tra personaggio pubblico e spettatore. Ellington, in realtà, seduceva ed amava tutti allo stesso modo ed era affascinato dalle manie insolite dell’animo umano. Se due membri della sua prodigiosa orchestra litigavano o non andavano d’accordo, assegnava loro gli assolo uno dietro l’altro, costringendo il primo alla chiamata del secondo ed osservando quel che succedeva. Era il potere dello swing. L’orchestra di Ellington era riconoscibilissima dalla forza dell’insieme e dalla straordinaria comunicativa di ogni strumento. Gli arrangiamenti, le composizioni, ogni singola nota era studiata in propensione della resa orchestrale consentendo, al tempo stesso, ad ogni strumento di essere valorizzato nelle sue funzioni. Nella musica afro americana dei primi tempi il contrabbasso e il piano svolgevano, sino a quel momento, funzioni ritmiche dando spazio solistico ai fiati ed alle voci. Ellington stravolse questo concetto organizzativo e assegnò ad ogni strumento un valore individualistico che accresceva il portato costruttivo orchestrale. Fu l’ingresso di Jimmy Balton (contrabbasso), nel 1939, a consentire questa rivoluzione concettuale e il contrabbasso venne aggiunto alla lista di strumenti in grado di esprimersi in parti solistiche vere e proprie. Sino a quel momento il double bass svolgeva il compito di motore dell’orchestra e controllore dei tempi della batteria. Ogni strumento è importante come parte dell’insieme e ogni strumento è importante per la capacità espressiva che può dare. Il blues e lo swing. Questo concetto consentì ad Ellington di mantenete unita la sua orchestra per oltre trent’anni, cosa non facile se si pensa alla litigiosità, all’individualità, all’esigenza di valorizzazione personale che muove l’animo di singoli individui, siano essi musicisti o meno, a cui furono contrapposti swing e seduttività carismatica del band leader. Se ci soffermiamo a riflettere su queste dinamiche individualistiche ciò che risalta è la difficoltà teorica e comprovata di gestire un’orchestra per tanti anni. Difficoltà consistente nell’elemento caos che ciascun istinto disgregativo porta in un insieme. Ellington aveva a che fare con gente come Paul Gonslaves che dormiva sul palco e poi si svegliava per sparare profondissime e bellissime parti di blues; Johnny Hodges che tra una ballad e l’altra chiedeva soldi strofinando indice e pollice; Ray Nance strafatto al punto tale da non riuscire a trovare il bocchino. Come gestire tutto ciò e mantenere unita la band? Duke usava la forma, l’insieme teorico, per accogliere il caos, l’elemento disgregante, e la sua orchestra era salva. Il jazz, divenne, con Ellington, “libertà di parola musicale” e la musica che aveva fatto ballare generazioni di americani bianchi (swing) iniziò ad intingersi di espressività e passione (blues). Ogni strumento aveva la sua parte orchestrale e la sua parte solistica. Tutti i musicisti divennero, così, protagonisti del suono che producevano. Il matrimonio tra blues e swing era sancito. La musica di Ellington non invecchia mai, anche oggi a distanza di 40 anni dalla sua morte, perchè non smise mai di arricchirla. Mentre molti compositori americani copiavano la musica europea credendo che quella fosse il futuro, Ellington americanizzava il suo repertorio e il suo suono inventando nuovi modi per fare jazz. “Noi abbiamo la nostra musica. Non ho bisogno di studiare Stravinskij o Scriabin o Schonberg perché diventi più raffinata. Mi basta uscire di casa e guardarmi attorno e fare quello meglio quello che faccio già.”.

Avrete notato che non ci sono titoli discografici. Non è una disattenzione ma un atto voluto. Ho cercato di raccontarvi l’uomo e il personaggio, inserendolo nel contesto della musica e cercando di descrivere quello che ha rappresentato ed ancor oggi rappresenta. La musica di Ellington, del resto, fa parte del patrimonio culturale di ciascuno di noi e se ne trovano le radici in ogni cosa ascoltiamo. Il concetto è semplice: Ellington ha modificato profondamente il jazz e la musica nera andando oltre i pregiudizi ed inserendo nella bellezza della musica la bellezza delle passioni. L’invito di chi vi scrive è quello di ascoltare Ellington (tutto quello che vi viene a portata di mano) e di fare digging nella vostra mente considerando cosa sarebbe stato della musica se DUKE non ci fosse mai stato.

Buona musica.

Vincenzo Altini




16/01/13

HANNAH WILLIAMS & THE TASTEMAKERS - A Hill Of Feathers




C’era una volta una ragazza che in una delle sue prime uscite da cantante nei sobborghi di Londra, incontrò per caso Sharon Jones (si proprio lei!).  Dall’alto della sua posizione, dopo aver sentito cantare la ragazza, sorpresa dalla potenza e dal calore della sua voce; le disse semplicemente: «…you’re blessed!» che in inglese non significa solo “benedire” ma è un modo per ringraziare qualcuno dopo aver, in questo caso, goduto di una performance musicale emozionante.

Lei è Hannah Williams, londinese di nascita; fin da quando iniziò a camminare ha avuto a che fare con la musica, complice una famiglia intera di musicisti. L’episodio al quale mi riferivo pocanzi, risale a quando la Williams pubblicò il suo primo singolo, un 45 giri uscito sotto la Mondegreen Records, un’etichetta indipendente. Da allora venne sempre seguita da gente come Sharon Jones, Charles Bradley e Craig Charles che con il suo show su BBC radio le diede non poca visibilità.
La svolta per Lei arriva quando incontra Hillman Mondegreen, leader della band dei Tastemakers, che s’innamora letteralmente delle doti canore di Hannah Williams e la invita a diventare la voce leader della band. Talentuosi, puliti nelle esecuzioni, mai invadenti, i Tastemakers sono il supporto ideale per una voce profonda, calda e potente come quella della Williams.
Così iniziano varie produzioni e tour promozionali in giro per l’Inghilterra e non solo, partecipando a vari festival. Nel 2011 mandarono in delirio il pubblico del “Jazz Re:Found Festival” anticipando l’esibizione di Afrka Bambataa! Sharon Jones e Charles Bradley li hanno già definiti la “next big thing” della scena soul Europea tanto da volerli come gruppo di spalla per i loro ultimi tour inglesi.

La svolta avviene quando dopo aver inciso un vinile “home made” vengono contattati dalla Record Kicks, etichetta indipendente di Milano che gli propone un contratto per un disco. E così, nel giro di pochi mesi, nasce “A Hill of Feathers” album di debutto per Hannah Williams & The Tastemakers. Un concentrato di deep soul e deep funk come non se ne ascoltavano da anni.
Il deep funk, per definizione, è quel funk “sporco”, quello graffiante e se vogliamo più “pesante”… quello di Betty Davis e James Brown per intenderci. Mentre per deep soul s’intende il cosiddetto “Southern soul”, cioè quel soul che proveniva da Memphis, dalla Georgia e dal Mississippi. Alcuni nomi? Sam & Dave, Aretha Franklin, Al Green, Rufus Thomas, Otis Redding, Isaac Hayes, Willie Hutch e molti altri.
L’influenza dei nomi che vi ho appena elencato è chiarissima in questo disco, ed è un piacere scoprire come Hanna Williams & The Tastemakers hanno saputo attingere dai mostri sacri della black music per tirare fuori un lavoro come questo!

“A Hill of Feathers” si apre con Work It Out, primo singolo estratto, uscito il 10 settembre, ad anticipare l’uscita dell’album. Un pezzo che secondo chi vi scrive è una vera delizia per l’udito. Beat minimale per dare spazio alla profonda e tagliente voce di Hannah Williams, davvero una perla.
Si prosegue con Tell Me Something (Liberites), altro pezzo dal sapore soul che la dice lunga sulle doti canore della nostra Hannah, davvero un portento. Neanche il tempo di riprendersi, ci lanciamo in uno dei miei pezzi preferiti dell’album che è Do Whatever Makes You Feel Hot, brano dal sapore retrò che, come dice la stessa Hannah in questo pezzo, vi farà muovere i fianchi come se stesse ascoltando James Brown!
A seguire troviamo due pezzi: Don’t Tell Me e The Kitchen Strut che, per un attimo, vi trasporteranno nei 70’s in un’atmosfera stile “Soul Train” a ballare a ritmo di funk, magari a partecipare alla celebre “Line dance”!
Break, con Washed Up. Brano lento, malinconico, a tratti struggente… “deep” appunto. Anche in questo pezzo le contaminazioni della Stax Records e del southern soul sono inequivocabili, pezzo drammaticamente bello!
(When Are You Gonna) Say You're Mine, altro brano intenso, quasi blues, con Hannah Williams che si diverte a “giocare” con le sue corde vocali alternando acuti graffianti a dolci rientri con cambi improvvisi di tonalità, concludendo però con dolcezza.
Ci avviamo alla conclusione dell’album con Get It (Part 1) e I'm A Good Woman; due pezzi freschi dal sapore reaggae misto a funk. Anche qui le doti vocali della nostra Hannah non verranno risparmiate! Chiusura con Things To Come, brano strumentale tutto da gustare che da quasi l’idea di essere una sorta di tema conclusivo, ad un album che non deluderà sicuramente gli appassionati di soul e funk.

Un disco breve, che scivola via che è un piacere. Subito si riesce a percepire quel “senso del groove” che viene dall’anima, formatosi dopo anni di esperienze e ottime basi culturali e musicali.  Uno stile, quello di Hanna Williams paragonato da qualcuno a quello di Etta James o a quello di Betty Davis; con i Tastemakers che con loro sound pulito, lineare e cristallino rendono questo davvero un ottimo disco. Sound moderno, legatissimo però a quelle che sono le radici della musica soul e funk in tutte le sue sfaccettature. Assolutamente consigliato per chi ama questo genere di black music.
Insomma… se Sharon Jones “l’ha benedetta” un motivo ci sarà, no?
Buona Musica!

Yayo


10/12/12

SABU MARTINEZ



Come la vedreste se vi dicessi che la vita di Sabu Martinez passa dal collaborare con artisti del calibro di Art Blakey, Dizzy Gillespie, Thelonious Monk, Horace Silver e JJ Johnson, al suonare in locali da tutt'altra parte del mondo per poche decine di persone?
E questo di certo non per sua incompetenza come musicista, visto che è considerato uno dei migliori percussionisti della storia...
Ma andiamo con ordine....

Sabu nasce nel 1930 in una New York povera e violenta ma, come per pochi altri, Sabu riesce ad evitare le strade che lo avrebbero portato molto probabilmente steso sull'asfalto con una pallottola in fronte, e lo fa grazie alla musica che lo rapisce quanto era ancora giovanissimo.
Le percussioni sono le uniche armi che lo accompagneranno per tutta la vita.

Diventa subito amico di altri due importantissimi percussionisti, Mongo Santamaria e Ray Barretto, e a soli 18 anni, nel 1948, grazie al suo favoloso talento, sostituisce niente meno che Chano Pozo, tragicamente deceduto, nella Dizzy Gillespie Big Band che in quel periodo girava anche con Charlie Parker.
Ovviamente avere delle doti notevoli e suonare nella Dizzy Gillespie Big Band non fece altro che puntare i riflettori verso questo giovane percussionista che, come su detto, collaborerà con grossi nomi della scena jazz del periodo, non solo in esibizioni live ma, come del caso di "Cu-Bop" di Art Blakey & The Jazz Messangers (1957), anche in importanti dischi.

Non mancano album pubblicati a proprio nome e, alcuni di essi, oggi sono molto ricercati e costosi nelle edizioni originali. "Palo Congo" per la Blue Note Records del 1957, "Sorcery!" del 1958,  "In Orbit" e il favoloso "Jazz Espagnole" del 1960 rappresentano la prima parte della carriera di Louis Sabu Martinez.

Purtroppo però, ci troviamo in un periodo particolare e se la musica riesce a toglierti dalla brutta strada e dalla violenza, a volte ti apre le porte di un tunnel lungo e buio, dal quale è difficile uscire: quello dell'eroina.
E Sabu in questo caso non fa eccezione, e si ritrova a fronteggiare una perdita di fama e stima da parte di pubblico ma soprattutto di persone con cui lavorava e divideva esperienze di vita.
E' anche per questo che decide di trasferirsi prima a Baltimora e successivamente a Porto Rico dove naturalmente collabora con alcuni musicisti locali.

Siamo nel 1967 e proprio a Porto Rico Sabu conosce una ragazza svedese, Agneta Brogestam, di cui si innamora. Visto che la ragazza si trova lì solo per vacanze, cerca di convincere Sabu a trasferirsi in Europa e non appena quest'ultimo riceve delle opportunità lavorative anche in Svezia, prepara valigie e congas e decide di andare a vivere dall'altra parte del mondo.

Già nel suo primo anno "svedese" collabora con molti musicisti come Merit Hemmingson e con la Swedish Radio Jazz Orchestra.
Nel 1968 pubblica in Svezia il primo disco a suo nome: "Groovin' With Sabu Martinez" per l'etichetta Metronome.
Collabora anche con molti musicisti finlandesi e nel corso degli anni sposa un'altra ragazza, Christina.

Nella piccola città di Hedemora apre una scuola per percussionisti e nel 1971 pubblica l'album "Aurora Borealis" in collaborazione con la Bjorbobandet Orchestra. Tra l'altro in quest'album è presente anche il figlio di Sabu: Johnny Martinez.

Nel 1973 pubblica quello che forse è considerato il suo album più bello: "Afro Temple".
Con il suo mix di sonorità jazz latin funk afro cuban è un vero e proprio orgasmo per le orecchie. Provare per credere.

Oltre a pubblicare dischi ed insegnare percussioni nella sua scuola, Sabu e gli altri musicisti, insieme alla comunità latina del posto, si ritrovavano la sera a suonare al famoso Cafè Ricardo di Stoccolma, situato nella città vecchia, dove ogni serata si trasforma in un'orgia musicale.
Diventa la mecca dei musicisti jazz e latini e anche della scena progressive Svedese. Un piccolo bar che conteneva al massimo 30 persone, ma che sprigionava tanta di quella energia da diventare un posto di culto.

Purtroppo disgrazia vuole che nel 1978 Sabu muore, a soli 48 anni,  a causa di un' ulcera gastrica, dopo aver appena collaborato con il leggendario sassofonista Sahib Shihab.
Molti dei suoi lavori, o registrazioni live rimaste oscure per anni, vedono la luce grazie alle pubblicazioni dell'etichetta Mellotronen che rispolvera la storica collaborazione con Sahib Shihab più  alcune registrazioni effettuate nelle Radio Svedesi.

Ringrazio la Mellotronen perchè, almeno personalmente, mi ha dato la possibilità di ampliare la conoscenza di questo favoloso musicista, dandomi l'opportunità di scoprire altro suo materiale.
Se vi piace ascoltare la musica di Mongo Santamaria, Ray Barretto, Candido ecc.. non potrete fare a meno di Sabu...

Consiglio spassionato.

Dj Danko




                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       



06/11/12

AMY WINEHOUSE



Acquistare Lioness: Hidden Treasures (2011) è stata una impresa per molti fan di Amy Winehouse.
Perché pensi che un lavoro postumo possa essere incompleto, con pezzi rabberciati alla meglio, realizzati senza aver rispettato le volontà dell’artista. Oppure perché sai che, se fosse il disco migliore di Amy, saresti attanagliato dal rimpianto e dalla malinconia di non poterla più ascoltare un’altra volta.

Il testamento musicale di Amy Winehouse è un po’ tutte queste cose messe insieme.
Puoi trovarci piccole perle, come la versione reggaeggiante di Our day will come di Ruby & the Romantics, o Body and soul con Tony Bennett, probabilmente l’ultima vera incisione in studio di Amy, ripresa in un video nel quale i due si guardano con quel mix di attrazione e rispetto, l’uno rapito dal talento di lei, l’altra in ossequio al mito di un meraviglioso mondo al quale apparteneva anche Frank Sinatra, altro grande punto di riferimento di Amy.
In Like smoke, basata su un coro di Amy che si ripete per tutto il brano, si realizza finalmente l’unione con Nas. Stessa data di nascita (14 settembre), stesso produttore (Salaam Remi), e un continuo inseguirsi fatto di sample e giochi di parole: In my bed di Amy, contenuta in Frank, si sviluppa sul campionamento di Made you hook di Nas, il mr Jones di Me & Mr Jones (da Back to black) è proprio il rapper statunitense, che di cognome fa Jones.
Troviamo anche qualche pezzo in fase di lavorazione, che segue la linea del secondo album (Between the cheats, Will you still love me tomorrow), le versioni originali, e più asciutte, di Tears dry on their own e di Wake up alone, una versione alternativa - la preferita di Amy - di Valerie e la sua interpretazione di The girl from Ipanema. Questo classico della bossanova è proprio il brano con il quale Amy, armata di chitarra e di carisma, si è presentata a Salaam Remi, il produttore di Frank, il suo primo disco.

Nell’album di esordio (2003) c’è tutto il talento, ancora inespresso, di questa giovane cantante britannica, ma anche la sua voglia di rompere gli schemi e non restare ingabbiata in un cliché.
L’errore di Remi, ottimo produttore di Fugees e Nas, è proprio quello di voler inserire la sua voce in un suono perfetto da moderno jazz club, che mal si addice alla sregolatezza di Amy. Lei è quel tipo di cantante che va lasciata a briglie sciolte, che quando sta per salire sul palco, più che sostenere un concerto, sembra dover andare a fare shopping da H&M, ma che quando è lì, ed è nella serata giusta, puo’ tenere testa anche a Mick Jagger, come è successo nel 2007 durante il festival dell’isola di Wight.

Amy non è la stellina del r’n’b tutta honey e sugar, piuttosto non le manda a dire al maschio di turno, come succede in Stronger than me, primo singolo di Frank, che la rivela al grande pubblico.
È un concentrato di Count Basie, Frank Sinatra, Donny Hataway, Sarah Vaugan, Salt’n’Pepa e Beastie Boys: una miscela esplosiva, elegante e sfrontata al tempo stesso, che la fa diventare unica.
Il disco pur essendo schietto, Frank appunto, e ricco di spunti interessanti che fanno pensare alla nascita di una nuova stella, non convince del tutto Amy, che dichiara di sentirlo suo solo al 20% e che preferisce cantarlo durante i live ma non riascoltarlo.

Probabilmente c'è più sintonia con Mark Ronson, il produttore di Back to black (2006), il disco della consacrazione a livelli mondiali. Come se fosse un fratello maggiore, Mark la ascolta pazientemente in lunghe chiacchierate, in studio o lungo le strade di Manhattan, e coglie la voglia di Amy di fare un salto nel soul degli anni ’60, quello delle Ronettes e di Aretha Franklin, della Motown e della Stax, realizzato con voci femminili formidabili e band vigorose. Grazie anche all’apporto dei Dap Kings, il “gruppo di casa” della etichetta Daptone, che accompagna costantemente Sharon Jones in album e tour, Amy e Mark riescono a creare un’atmosfera speciale e un suono vintage, reso attuale dai temi trattati nelle canzoni. Dal famoso invito a ricorrere alle cure in Rehab, al quale Amy risponde con uno strafottente “No, no, no”, al funerale del suo cuore - celebrato in un video a tinte dark - in Back to black, dall’avvertimento di You know I’m no good (Ti ho detto che sono una combina guai, lo sai che non sono buona) ai dolori e alle sofferenze di Love is a losing game e Tears dry on their own.

In questi pezzi c’è tutta Amy, senza barriere e filtri, come se si guardasse allo specchio e ci raccontasse quello che prova. Ci sono la sua sensibilità e la sua ironia, la sua onestà e la sua vulnerabilità, i suoi problemi con la droga e l’alcol, la tormentata storia d’amore con Blake Fielder-Civil, i suoi idoli e i suoi demoni, ma soprattutto il suo grande talento. Ed è quello che ci mancherà e che difficilmente riusciremo a trovare a breve in un’altra artista.



10/10/12

SKULL SNAPS


Skull Snaps: una coppia di parole che merita di essere scolpita nella memoria di ciascuno di voi.
Sono parole che rappresentano la musica e la storia. Una storia fatta di anonimato, di ricerca e genialità.

Correva l’anno 1973. Il funk, il funk rock e il jazz rock erano padroni incontrastati della scena e il mondo iniziava ad attraversare un periodo di crisi economica nato dalle conseguenze del '68. E, come in tutti i periodi di crisi, l’attimo importante è il rimboccarsi le maniche e dare libero sfogo alla creazione artistica.
Skull Snaps in questo è un album feticcio dove originalità e creatività sono ampiamente dimostrate dalla costruzione che partendo dalla copertina - pazzesca!!! – arriva all’equilibrio delle 9 tracce, una più bella dell’altra. Il tutto rappresentato su un vinile della piccola casa discografica GSF.

Gli Skull Snaps nascono da una combinazione, sviluppatasi a più riprese, tra Samm Culley - basso e voce, Ervan Waters – chitarra e voce, George Bragg – batteria e voce, a cui in sede di registrazione si unirono i fratelli di Erwan al solo scopo di arricchire ulteriormente il sound della band. La formazione, però, trae origine dall’incontro e dall’amicizia tra Samm Culley ed Erwan Waters - nata nel periodo in cui gli stessi suonavano per i The Diplomates (un gruppo northern soul che ha pubblicato una serie di 45 giri di successo tra il 1963 ed il 1970 come Here’s A Hearth – 1964 o Accept Me - 1969) – e il batterista George Bragg.

L’incontro clou avvenne alla fine degli anni 60 quando i tre si ritrovarono a suonare in una jam session. Quel che ne venne fuori fu un’alchimia di suoni che li portò a decidere d’intraprendere una nuova esperienza. Nacque il progetto The Soul Three. I Soul Three avevano una caratteristica. Il loro sound, seppure composto da una formazione di trio sembrava prodotto da un gruppo ben più corposo. Il segreto era nella forte personalità che le voci, tra cori e cantato melodico, manifestavano inserendosi sui break di batteria fragorosi e le armoniche composte tra chitarra e basso. I Soul Three furono contrattualizzati da diversi locali di taglio minore nella zona del Queens ma non riuscirono a registrare alcun disco. Nel 1970 nacque l’esigenza di spostare il raggio d’azione della band dal Queens al Maryland senza perdere le piccole scritture e per salvare capre e cavoli si optò per un nuovo nome: The Skull Snaps.
Il nome della band, alquanto singolare, fu dovuto ad alcune dichiarazioni che il trio prese dai fans.
Alla fine dei concerti – racconta Samm Culley – gli veniva detto che il loro modo di suonare faceva sussultare e scattare i teschi più velocemente delle menti. Da qui: The Skull Snaps.

L’originalità del nome e la pienezza del suono della band attirarono l’attenzione di quelli che erano stati il produttore e l’arrangiatore dei successi dei The Diplomats – George Kerr e Bert Keynes – che contattarono la GSF e portarono – era la fine del 1972 – The Skull Snapps in sala di registrazione. L’album fu pronto in un mese, registrato in una sala a Somerville in via d’allestimento, e la sensazione che il sound prodotto fosse all’avanguardia rispetto ai tempi fu immediata.
Le nove tracce sono prova di uno straordinario affiatamento orchestrale, merito dell’arrangiamento e della partecipazione alla scrittura dei pezzi da parte di George Kerr, e danno vita ad uno dei più originali album funk della storia. All’interno, nel viaggio attraverso l’ascolto dei pezzi, ritroviamo il meglio di Ray Charles, dei Meters, dei Whatnauts, Escort e O’Jays, fusi in un gioco di voci batteria e chitarra STRAORDINARIO.

Pezzi come I’m Your Pimp o It’s A New Day non hanno bisogno di presentazione o di essere raccontati. La straordinarietà dei break e l’armonia delle voci li rendono unici. Di questa straordinarietà se ne sono resi conto artisti come Eric B. & Rakim, Guru, Dj Jazzy Jeff & The fresh Prince, Digable Planets, Dj Shadow, Rob Dougan, Black oon, The Prodigy e Ol’Dirty Bastard che hanno campionato i vari break prodotti da George Bragg.
 La band non ha prodotto altri dischi. Il successo non fu tale da guidarne la carriera verso altari e gloria e ciascuno di loro proseguì il lavoro di sessionista con altri gruppi. Samm Culley, ad esempio, si è ritrovato più volte nelle registrazioni di FatBack Band, Nick Ashford, Valery Simpson e altri. Sino al 2005, quando la band, su iniziativa della Record Aztec, si è riunita per una serie di tour finalizzati a promuovere la ristampa del mitico album.
Una curiosità. Prima di chiudere le registrazioni, il pezzo sul quale tutti avrebbero scommesso era I’m Falling Out Of Love.
 È stato il destino a scegliere It’s A New Day.
Buona Musica
Vincenzo Altini



05/09/12

THE BABY HUEY STORY




Chi di voi, appassionati di musica non ha mai sentito parlare della maledizione dei 27 anni? Esatto, la stessa maledizione che viene menzionata quando si parla di artisti come Jimi Hendrix, Janis Joplin o come nella recente scomparsa di Amy Winehouse. Pensiamo anche ad artisti come Tupac Shakur o a Notorious B.I.G. scomparsi a 25 e 24 anni. Insomma, grandissimi nomi, che ahinoi, hanno lasciato la scena prematuramente.
Oggi vi parlerò di un altro artista, che rientra in questa triste lista, meno conosciuto alle grandi folle. 
Per farlo però devo riportarvi indietro con la mente agli anni 60 e farvi conoscere un omaccione alto circa 1,90m dal peso di circa 170 kg; tale James Ramey, meglio conosciuto come Baby Huey, nome ispirato forse dall’”anatroccolo gigante”, famoso personaggio di un cartone animato dell’epoca.
Insieme a  l'organista/trombettista Melvin "Deacon" Jones, e il chitarrista Johnny Ross; Baby Huey fonda una band: i Baby Huey & The Babysitters, subito notati in numerosi locali di Chicago. Col tempo i Babysitters evolvono, riadattano il proprio stile e sulla scia di Sly & The Family Stone orientano la propria musica verso il soul psichedelico, un sound più sporco, ma di sicuro più naturale e molto in voga all’epoca. Il gruppo ha numerose serate in programma, ma non hanno mai avuto modo di registrare qualcosa in studio.
Nel 1969 la svolta. Baby Huey & The Babysitters ottengono un’audizione addirittura con Donny Hathaway della Curtom Records, stupendolo letteralmente. Allora il dirigente della Curtom Records, Curtis Mayfield, decide di far firmare Baby Huey, ma non la sua band. 
Baby Huey inizia quindi la registrazione del suo album che però venne pubblicato solo postumamente. Già perché il nostro “anatroccolo gigante”, causa di una disfunzione ormonale che lo portò a pesare quasi 180 kg, morì, il 28 ottobre 1970 a soli 26 anni per un infarto. Qualcuno pensò a un’overdose, dato che da qualche anno Baby Huey era dipendente da eroina e nei suoi ultimi mesi di vita spesso esagerava.

1971, esce “The Baby Huey Story: The Living Legend”. Album prodotto da Curtis Mayfield, si apre con Listen to Me. Funky energico in stile James Brown con quel tocco di psichedelia che rende questo pezzo spettacolare! Classe pura in Mama Get Yourself Together, funk allo stato puro e stile che ricorda molto i Chicago, gruppo che aveva esordito l’anno precedente l’uscita di questo album.
A seguire troviamo A Change is Going to Come di Sam Cooke. Pezzo caratterizzato da un blues lento, a tratti drammatico, specialmente nella parte parlata di Baby Huey sembra confessarsi, la sua voce è accompagnata da un eco profondo e tra un acuto e l’altro ci parla della sua vita, delle sue cattive abitudini tra fumo, droga e alcol. Così ci racconta la sua storia:
«…and then someone hands you one of them funny cigarettes
and says it's time for you to get mellow one more time…».
Pezzo di struggente bellezza, intenso cupo che da molto spazio alle doti vocali di Baby Huey, spesso paragonate a quelle di Otis Redding. 
A seguire un pezzo scritto da Curtis Mayfield in versione live : Mighty Mighty, pezzo registrato qualche anno prima da Curtis Mayfield & The Impressions e ripreso successivamente da Mayfield in altri album. Brano intenso ma breve, forse troppo per apprezzare la bellezza; lo stesso Curtis in “Curtis/Live!” del 1971 ne proporrà una versione ben più elaborata di quasi 7 minuti… che ve lo dico a fare!? 
Ci avviamo alla fine del disco in crescendo… Hard Times, con un Baby Huey che secondo chi vi scrive dà il meglio di sé. Pezzo bellissimo con un testo socialmente impegnato e il nostro anatroccolo gigante che sfoggia tutto il suo genio “giocando” con le sue corde vocali, cambiando tonalità più volte durante il brano tanto da dare la sensazione che ci siano più voci ad accompagnare quella principale. Geniale! Hard Times venne ripresa nel 1975 dallo stesso Curtis Mayfield, che l’aveva scritta, in “There's No Place Like America Today”. Anche se ancora oggi, lo standard per questo pezzo rimane la versione di Baby Huey. Un’ ottima cover è stata pubblicata qualche anno fa da John Legend & The Roots nel loro album tributo alla black music d’altri tempi, “Wake Up” nel 2010.
Troviamo poi California Dreamin’… si proprio quella dei Mamas & Papas, in versione strumentale con un’introduzione di flauto jazz e ritmi latineggianti che la rendono a dir poco deliziosa. Nel finale d’album, Running, ancora una volta lo zampino di Curtis Mayfield, autore di questo pezzo che darà alla vostra anima funk una bella rinfrescata riportandovi per un attimo negli anni 70! A conclusione del disco ancora un pezzo strumentale, One Dragon, Two Dragon e ancora una volta il flauto di Othello Anderson dei Babysittes a farla da padrone, in questo pezzo che chiude in bellezza un disco splendido.
La sensazione che si ha quando si scopre Baby Huey è quella che si ha quando ci si affaccia per la prima volta su un paesaggio nuovo, inesplorato. Si riescono ad apprezzare certi dettagli, certe sfaccettature che in altri musicisti forse vengono tralasciati. Questo giovane genio degli anni 60 ha potuto regalarci solo quest’album causa i suoi problemi di salute e non. Il backstage di Curtis Mayfield nelle produzioni e nella scelta dei brani danno un tocco di qualità unico da renderlo un vero capolavoro.
Devo confessarvi che è stato molto interessante per Me scoprire questo artista semi-sconosciuto, ed è per questo che ho voluto raccontarvi di lui e della sua musica; perché Baby Huey ha lasciato il segno soprattutto per i cultori del genere. 
La sua voce calda e graffiante e il suo stile inconfondibile hanno lanciato le basi per nuovi artisti emergenti dell’epoca e non solo. I suoi pezzi sono stati campionati più volte nel corso degli anni da rapper come Ice Cube, A Tribe Called Quest, Ghostface Killah, segno che seppur breve, la carriera e il genio di Baby Huey non sono dimenticati. 
E allora dopo aver letto questo articolo e ascoltato “The Baby Huey Story: The Living Legend”; potrete andare dal vostro amico, da vostro figlio, dalla vostra fidanzata e dire: «Non hai mai ascoltato “la storia di Baby Huey”?». E da lì iniziate il racconto.

Buona Musica!

Yayo






04/07/12

CARMEN McRAE



“Intuire un sentimento”: questo è il significato profondo di “interpretazione"; un’interprete non è soltanto colei che ripropone un testo, una melodia, ma è la cantante che fa proprio il sentimento profondo del brano e delle parole in esso contenute, le carezza ora dolcemente, ora con forza, e le rende strumento d’amore e di passione: questa è Carmen McRae, abile nel cogliere ogni sfumatura, ogni significato e farne poesia per il mondo. Molto ha imparato e colto dalle colleghe Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan, giungendo poi ad uno stile personale e riconoscibile.

Nata pianista e maturata in veste di cantante nei jazz club in giro per gli Stati Uniti, tra Chicago e New York, attraversando storie di passioni travolgenti ed amori idilliaci, ha costruito la propria carriera, tra gli anni ’50 e gli anni ’90, al fianco dei grandi nomi della musica, primo fra tutti il sassofonista e trombettista Benny Carter, nella cui big band Carmen McRae trovò il suo primo vero impiego nel campo della musica.
Innamorata dei grandi interpreti che avevano contribuito a formarne il gusto per la musica jazz (Louis Armstrong e Duke Ellington ad esempio) e profondamente rispettosa degli artisti che ebbe la fortuna di incontrare nel corso della vita, non mancò un’occasione per rendere loro omaggio: deliziosi gli album “Carmen Sings Monk” (1990), dedicato al pianista Thelonious Monk ed al suo innato talento per l’improvvisazione, e “Sarah: Dedicated To You” (1991) per l’amica Sarah Vaughan, scomparsa l’anno precedente.

Conosciuta per il carattere non propriamente facile, Carmen McRae riusciva a creare attorno a sé un’aurea magica, era gioia per la vita la forza che sprigionava: ne furono rapiti Sammy Davis Jr. e il compositore Noël Coward, che con lei collaborarono, il primo nell’album “Boy Meets Girl” del 1957, il secondo in “Mad About The Man” dello stesso anno.

Carmen McRae si è fatta conoscere in tutto il mondo anche grazie alle numerose partecipazioni a festival musicali (Monterey, Umbria Jazz) ove, pur al di fuori del raccolto spazio dei club, la morbidezza e le peculiarità della sua voce giungevano, amplificate, al cuore degli spettatori.
Agli inizi degli anni ’90, a causa di problemi respiratori oramai troppo trascurati, Carmen McRae iniziò un lento declino, scivolando in un coma ed addormentandosi per sempre.

Noi la ricorderemo per come era, una donna determinata, una vera donna della Harlem degli anni ’20, che dedicò tutta la vita alla sola cosa che per lei contasse veramente: la musica.

Astrid Majorana



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