16/01/12

MARVA WHITNEY


"E' la mia cosa" cantava Marva, e sicuramente lo era perchè far parte della James Brown Revue non era semplice. Si sapeva quanto fosse esigente Mr. Dynamite con la sua band. Ci rimase però per soli 3 anni, giusto il tempo di accompagnare il padrino del Soul in alcuni tour importantissimi e di pubblicare 2 dischi sulla "sua" etichetta, di cui uno live e l'altro in studio. Inutile dirvi che quest'ultimo è diventato un disco cult.

Marva Ann Manning nacque il 1° Maggio del 1944 a Kansas City, ed iniziò ben presto ad avvicinarsi alla musica, anche perchè la sua famiglia era praticamente un gruppo gospel: i Manning Gospel Singers, di cui lei naturalmente faceva parte e dove suonava il tamburino e cantava.
Studiò musica anche al college e agli inizi degli anni 60 entrò a far parte di un altro gruppo: The Alma Whitney Singers, e a soli 16 anni sposò Harry Whitney, dal quale prese il cognome.
In quel periodo comincio a cantare R&B e blues e questo creò non pochi problemi con la sua famiglia religiosa, e il suo matrimonio non durò poi così tanto.

Marva Whitney, nonostante tutto, continuava a cantare nei locali notturni a Kansas City ed entrò a far parte di un altro gruppo locale: Tommy & the Derbys. Questo gli permise di aprire i concerti di grandi artisti come Johnny Guitar Watson, The Drifters, Dionne Warwick...
Nel 1966 stava per arrivare James Brown con la sua band, e il manager di Marva organizzò un incontro per un provino, ma non fu possibile per quell'anno. L'anno successivo l'agente di Marva ci riprovò e, benchè Marva non fosse così entusiasta di entrare a far parte della James Brown Revue, visti i passati litigi con la famiglia, salì comunque sul palco per il provino. JB e l'allora band leader "Pee Wee" Ellis rimasero impressionati dalla voce sua voce potente, e subito l'accolsero nella band. Fu così che nacque "Soul Sister #1".

Marva accompagnò James Brown tra il '67-'68 in alcuni dei suoi più importanti tours come quello in Vietnam, durante la guerra, quello in Europa e l'indimenticabile tour in Sud Africa.

Non tardarono ad arrivare anche i primi singoli su 45 giri pubblicati per la King Records, tra cui Unwind Yourself / If You Love Me, e Your Love Was Good For me / What Do I Have To Do To Prove My Love To You.
Come su detto, non era semplice lavorare con JB. Pretendeva il massimo da tutti, sia musicalmente sia come presenza scenica. E anche Marva dovette sudare per soddisfare le esigenze di Godfather of Soul. Il risultato però fu il singolo per il quale ancora oggi Marva riecheggia nell'olimpo del funk: "It's My Thing" che arrivò nella top 20 dell'allora classifica R&B.

La conseguenza di quel successo fu la pubblicazione dell'LP "It's My Thing" nel 1969, sempre per la King Records, che conteneva alcuni dei singoli usciti in precedenza come I'm Tired, I'm Tired, I'm Tired e If You Love Me ed altri, e pezzi (oggi campionatissimi) come Things Got To Get Better (Get Together). Funk all'ennesima potenza. Uno dei dischi più ricercati dai collezionisti.
Nello stesso anno venne pubblicato anche "Live And Lowdown At The Apollo", una delle migliori performance live di Soul Sister #1.

Nel 1970 dopo i suddetti lavori e giri per il mondo con il padrino del soul, Marva lasciò la James Brown Revue e tornò in Kansas, ma non tralasciò la musica, tornò presto negli studi di registrazione e pubblicò per la T-Neck il singolo Giving Up On Love.

Dopo il divorzio con Harry Whitney, Marva sposò il capo della Forte Label per la quale, naturalmente, pubblicò svariati singoli tra cui Daddy Don't Know About Sugar Bears nel 1972.

Da quel punto in poi la carriera discografica di Marva si bloccò, riusciva però a procurarsi svariate date in tutto il mondo, ma non in maniera costante.
Inutile dire che i campionamenti, specialmente in ambito hip hop, furono svariati. Questo manteneva i suoi lavori sempre ricercati, specialmente dai cultori del funk.
Forse è proprio per questo che nel 2006 fu "ingaggiata" dagli Osaka Monaurail, funk band giapponese con i quali pubblicò il disco "I Am What I Am", oltre a girare con loro nei vari concerti.
Dopo ben 37 anni da "It's My Thing".

Bè, dalla sua voce potente si poteva intuire una certa tenacia. E il ritorno sulle scene, nonostante l'età, con una band dell'altra parte del mondo, fa capire che...
è ancora la sua cosa!

Dj Danko




21/12/11

DEMON FUZZ



“We are different. Totally different.”

La storia che sto per raccontarvi si colloca il quel periodo fecondo della scena inglese di fine anni ’60 dove ska, pop e psichedelia sono i padroni incontrastati dei club londinesi. In quel periodo gli Skatalities propongono uno ska festoso e stradaiolo e riscuotono un discreto successo di pubblico senza mai avere quel quid pluris che gli avrebbe aperto la strada del successo.
La scena inglese si presenta in pieno fermento socio/culturale, effetto dei cambiamenti verificatesi nella composizione della popolazione iniziati subito dopo la seconda guerra mondiale: il governo per ripopolare il paese dall’impoverimento di forza lavoro iniziò ad incentivare gli abitanti del Commonwelth a trasferirsi in Inghilterra.

In questo contesto eterogeneo, gli anni vicini al ’68 videro Londra diventare “capitale” della rivoluzione culturale in atto in cui la globalizzazione iniziava ad affacciarsi ponendo al centro delle attenzioni gli aspetti tipici delle culture dei paesi periferici del disciolto Impero Britannico. L’effetto fu ben visibile sulle arti visive e nella musica in cui gli aspetti tribali, importati in Inghilterra, si mescolavano perfettamente con gli elementi della cultura britannica.
Lo ska suonato dagli Skatalities con ritmiche africane, è un esempio di ciò.
Gli Skatalities si erano formati grazie ad un annuncio pubblicato su NME, rivista musicale inglese, dai fratelli Raphael e “Sleepy” Jack Joseph, rispettivamente chitarra e basso, con l’intento di creare un gruppo per far ballare nelle balere inglesi frequentate dai Mod. All’annuncio risposero Paddy Corea, sassofono, e Ray Rhoden, tastiere, e, successivamente, il giamaicano Steve John, alla batteria. La band iniziò ad esibirsi con il nome The Blue Rivers and The Marrons dopo poco, tra club e strade, senza giungere a nulla nonostante un lp, Blue Beat In My Soul, registrato nello stesso studio di registrazione dei Rolling Stones.

Il mancato successo portò i fratelli Joseph a inserire un altro annuncio su NME alla ricerca di altri musicisti per allargare la band. Si aggiunsero Ayinde Florain, percussioni, e Clarence Brooms Crosdale, trombone. L’ingresso dei nuovi musicisti e l’approccio verso nuove sonorità intrise di reggae, dalla differente battuta ritmica, condussero la band a mutare nome in Skatalities. Dal northen soul proposto nella prima fase si passò allo ska.
Ma la svolta vera e propria fu durante un viaggio che Paddy Corea fece in Marocco alla fine del 1968 dove sentì suonare bande tribali e strumenti ad ancia che non conosceva e che producevano un suono molto simile ai richiami dei muezzin per le celebrazioni musulmane e gli venne l’idea di provare a cambiare il registro sonoro degli Skatalities.

L’idea piacque e alla band si aggiunse Smokey Adams, un cantante dalla voce molto r&b con influssi gospel, e durante le prove, dopo aver rifiutato un ingaggio per i Marrons allo Star Club di Amburgo, nacquero i DEMON FUZZ.

Il nome è dovuto al sotterraneo di un negozio di dischi della West London. Il significato è un gioco di parole che rimanda l’immagine di Diavoli Bambini o Poliziotti Cattivi (distorti, dal termine fuzz) ma senza alcun riferimento a realtà del momento. Anzi, come dichiarato dallo stesso Corea durante una sua intervista alla BBC: “…eravamo troppo differenti e cercavamo di darci un nome che facesse sorridere ed incutesse rispetto per la nostra diversità. Allora ci venne in mente che stando nel sotterraneo eravamo dei demoni che dovevano venir fuori…”.
I DEMON FUZZ propongono un sound che è una miscela esplosiva condita di tribalismo africano, rock, psichedelia, soul e funk in cui Hendrix, Sly Stone, Funkadelic, Miles Davis e Ornet Cooleman si mescolano perfettamente. Nel periodo post sessantotto essere così differenti dal punto di vista sonoro era una garanzia di successo.
I Demon Fuzz vengono ingaggiati dalla Pye attraverso la Dawn per un disco che, purtroppo, resterà unico: AFREAKA.

Diciamo subito una cosa che sgombera ogni dubbio e perplessità. Il titolo del disco non è un caso. È un omaggio a Lee Morgan ed al suo pezzo Afreaka! La scelta è semplicemente spiegata nella passione che Corea aveva per il trombettista americano e per la diversità dell’album che stavano registrando in cui inizivano a presentarsi gli influssi della cultura musicale africana.
Le tracce sono 5, una più bella dell’altra ed ognuna in grado di essere citata e descritta per pagine e pagine.

Past Present and Future parte con un arpeggio, pieno di fuzz (distorsioni) che dopo poco entra in un ritmo swingante afro e poi, ancora una volta, cambia pelle per trasformarsi in un reggae boogie accattivante. Disillusioned è una ballata folk con richiami ai Temptations e al rock di natura progressive che iniziava a fare capolino. Another Country è una potentissima miscela afro beat e funk con tracce di psichedelica. Il funk torna poi prepotentemente su in Mercy, ultima traccia del lato B, la quinta.
Storiche ed incredibili sono anche le versioni, uscite su cd qualche anno fa ma già presenti come alternate take, di Fuzz Oriental Blues, strumentale, Message To A Mankind, e, in perfetta linea con Screamin’ Jay Hawkins, I Put Spell On You (la trovate in 45 giri..), dove le meravigliose qualità vocali di Smokey Adams vengono fuori.

La copertina del disco è meravigliosa: un lottatore mascherato africano che guarda fiero oltre l’orizzonte indossando una maschera dal naso lungo e i colori bianco verde rosso e nero. Sul retro, Sempre il lottatore, di schiena, che mostra con fierezza una cicatrice.

Ho lasciato per ultimo, la prima traccia del lato b del disco per avere un buon modo per chiudere il discorso sui Demon Fuzz. Se avete ancora dei dubbi ascoltate Hymn To Mother Earth ad occhi chiusi. Fate in modo che ogni singola nota, ogni variazione ritmica, ogni arpeggio, ogni respiro nelle ance ed ogni battuta entri in voi e vi guidi. Siete pronti? Ecco… sta per iniziare un viaggio nei cinque continenti. Immaginate di essere aria, di essere acqua, si essere odori e musica. Ecco, dopo l’intro c’è la batteria e la voce di Adams, poi la chitarra, la tastiera… poi il basso vi trascina da un’altra parte. Carovane, sguardi, montagne, deserti…
Ecco perché si è diversi. Ecco perché.

Buona musica.

Vincenzo Altini




28/11/11

THE FUNK BROTHERS



MOTOWN: STANDING IN THE LIGHT OF “THE FUNK BROTHERS”

Una concreta Istituzione della musica Soul e fabbrica di inestimabili hits radiofoniche, che ad oggi continuano a risuonare nelle nostre casse, anche perché “exploitate” dai Dj più noti della scena Mainstream e non.
Sulle copertine dei dischi a marchio Motown possiamo discernere nomi di indiscutibili KINGS del soul, giusto per citarne qualcuno, Jackson 5, Sam Cooke, Marvin Gaye, Stevie Wonder…e la lista potrebbe andare avanti ancora per un bel po’!
Cari appassionati di Black Music, voi che leggete questo articolo sicuramente avrete già sentito questi nomi innumerevoli volte.

La prima volta che ho ascoltato “What’s going on” ,celeberrimo LP di Marvin Gaye, sono rimasta in down per quelle melodie cosi perfette, dove ogni strumento risuona all’unisono con quella che è l’anima del compositore. Tale sensazione l’ho ritrovata in altre eccellenti composizioni come “Cloud Nine” ottimo LP dei The Temptations, o in alcune note soulful hits come “I was made to love her” di Stevie Wonder o "I Can't Help Myself (Sugar Pie Honey Bunch)" dei Four Tops.
Ascoltando gli arrangiamenti, ho potuto intuire un’impronta decisa, un filo conduttore, una sapienza innata nel miscelare melodie e pensieri dell’artista, plasmati in materia e incisi su solchi in vinile. È cosi che la mia ricerca è iniziata, ed è cosi che sono diventata fan dei FUNK BROTHERS.

I ’60, sono stati anni fecondi per la scoperta artistica, in cui il jazz aveva spianato la strada della sperimentazione a diversi compositori. Detroit pullulava di giovani e talentuosi musicisti il cui background musicale variava dal blues, allo swing fino al riecheggiare di sfumature R&B.
E' nel contesto della Detroit di fine 50’s, per esattezza nel 1959, che nasce la band di Hitsville Motown. Collettivo di 13 membri, (presumibilmente - la formazione andrà in continuo variare), jazzisti ingaggiati per fare da spalla ai più noti artisti del patron Gordy. Un autentico ensamble di genii che prima di entrare a far parte della Motown family, si dilettava semplicemente facendo musica. La formazione primordiale dei F.B. vede come leader il pianista Joe Hunter (fondamentale per la composizione di successi come “Pride and Joy" e "Come Get These Memories) , il bassista James Jamerson (definito “l’uomo che ha creato il sound della motown”) e il dynamic drummer originario dell’Alabama, William "Benny" Benjamin. Più tardi il lead-band Hunter verrà sostituito dal talentuoso pianista, veterano del jazz, Earl Van Dyke che diventerà il nuovo leader, e rimpiazzato alle tastiere da Mr Jhonny Griffith. Oltre a questi si aggiungeranno a questa Big Band Richard "Pistol" Allen eccellente batterista funk-jazz, Paul Riser (trombone); i chitarristi Robert White, Eddie Willis e Joe Messina, Jack Ashford (tamburino, percussioni, vibrafono, marimba); e un incredibile Eddie "Bongo" Brown alle percussioni.
La lista dei musicisti inclusi nei Funk Brothers è davvero lunghissima.
Si dice che ogni musicista passato in Motown dal ’59 al ’72 sia stato un membro della band, ad esempio lo stesso Dennis Coffey, o Wah Wah Watson sono inclusi nella lista di componenti F.B. perché musicisti Motown dal ’68 al 72’, cosi come l’eccelso batterista soul Uriel Jones, noto per il funky sound caratterizzante entrambe le versioni di “Ain’t no mountain high enough”. Peculiarità del sound made in Motown è quel suono cosi popolare, folk ma allo stesso tempo raffinato, ricercato, intrinseco di basso assoluto, e di un saggio tocco percussionistico che riesce ad infiltrarsi a mò di virus nel sangue, e far muovere a tempo qualsiasi materia dotata di anima, dai primi anni 60 delle mielose Ballads, al funk incessante dei 70’s.

Per quasi 13 lunghi anni, l’indiscutibile talento della band di Detroit ha trasformato uno scantinato, comprato come abitazione da Gordy, nel celebre “Studio A” anche detto “Snake Pit”, una prolifica industria, aperta 24 ore su 24 alla creatività dei musicisti Motown, che molto spesso in essa trascorrevano giornate intere a comporre, per una remunerazione di 10 $ a pezzo.
Di loro si dice che abbiano suonato più number one-hits dei The Beatles,Elvis Presley, The Rolling Stones, e The Beach Boys…messi insieme!
Giusto per far capire a chi non aveva mai sentito nominare i Funk Brothers prima, essi sono autori ed esecutori di successi come:
"My Girl" The Temptations, "Reach Out I'll Be There" The Four Tops, "You Can't Hurry Love" delle Supremes, "I Heard It Through the Grapevine" di Marvin Gaye, "The Tears of a Clown" di Smokey Robinson and the Miracles, "Midnight Train to Georgia" di Gladys Night and the Pips, "War" di Edwin Starr, della storica session di incisione di “What’s going on” di Marvin Gaye, e di 1000 (non si fa per dire) titoli ancora.

Per molti anni i Funk Brothers sono rimasti “nell’ombra della Motown” tanto per citare il celebre libro pubblicato nel 1989 “Standing in the Shadows of Motown”, da cui trae spunto l’omonimo documentario del 2002, in cui si rende giustizia alle doti dei Funk Brothers e in particolare del leggendario bassista James Jamerson, scomparso prematuramente perché affetto da patologie derivanti dalla sua dipendenza dall’Alcol, che a giusto titolo è stato inserito solo più tardi nel 2000, nella Rock and Roll Hall of Fame e riconosciuto come uno dei bassisti più forti di tutti i tempi, a cui hanno reso omaggio illustri rappresentanti della musica, non solo Soul, come Paul McCartney, Pino Palladino, Marcus Miller, John Patitucci e altri ancora.
Come tutte le cose belle, anche la storia dei Funk Brothers ha una fine.
Nel 1973, vista l’incredibile mole di affari estesa a tutta l’America, Berry Gordy decide di trasferire il suo Headquarter a Los Angeles, e cosi anche lo storico “Snakepit” diventa inattivo.
La fabbrica di Hits più produttiva della storia della musica cessa la sua attività, e con essa anche le strade dei membri della band si dividono.

Purtroppo in un solo articolo è facile omettere alcune importanti informazioni, Perciò incito chiunque sia interessato all’argomento, ad approfondire la ricerca e ad andare oltre ciò che si scorge a lettere cubitali su una copertina. È proprio all’ombra dei riflettori che ritroviamo storie come quella dei Funk Brothers…


…Don’t stop Diggin…come unica certezza!

Michela “Cini” Labarile



07/11/11

THE GATURS


The Gaturs and Willie Tee.

La curiosità è una spinta che porta a scoperte piacevoli. E' il motore dell'incontro ed è l'anima della conoscenza.

Per chi raccoglie musica - colleziona dischi - il diggin' è un attività importantissima ed esaltante in cui la curiosità ha un ruolo importante: in pochi minuti si passa dalla rassegnazione alla soddisfazione all'esaltazione. Il viaggio, in questa ridda di emozioni, passa attraverso il contatto tra le dita e le copertine di dischi passate in rivista. La rassegnazione è legata a quei momenti in cui lo scorrere, lento, inizia a farsi frettoloso nella ricerca di "qualcosa" che non si trova. La soddisfazione subentra nell'istante in cui il tocco sfiora il disco cercato, le mani lo sollevano e lo sguardo scende sui titoli, sulla formazione, sull'anno di stampa. L'esaltazione: si trova qualcosa che non si sperava o non si sapeva di trovare. Questo è il punto che qui c'interessa: la scoperta di una novità.

Collezionare dischi è un'arte che va affrontata e studiata.

Collezionare dischi è spingersi oltre quella base di conoscenza, nella musica e nell'arte, che tutti abbiamo.

La curiosità è quel concetto intellettuale che porta a nuove scoperte, ad innamorarsi di nuove immagini, ad approfondire la scoperta casuale.

L'arte del diggin' si svolge tra mercatini pieni di dischi impolverati e tra immagini sfornate da internet su siti musicali specializzati. Qui, però, molte volte, più della curiosità casuale svolge lavoro di spinta la ricerca diretta di quel disco del quale si conosce già qualcosa e il motore è la voglia di possesso.

I Gaturs sono stati una scoperta piacevole. Lì ho trovati in una compilation dedicata al funk from New Orleans (zona di provenienza dei Meters, per intenderci) e questa scoperta mi ha spinto a cercare altre notizie. Mi aspettavo di trovare una produzione copiosa e interessante, visto che il pezzo inserito nella compilation - Yeah, You're Right - m'incuriosiva parecchio grazie al sound funk raffinato e, per alcuni versi, colto, dotato di spiccate radici jazz.

Il mio curioso diggin' produce una semplicissima scoperta: dei Gaturs non ci sono molte notizie. La loro produzione è legata a pochissime tracce nate tra il 1970 – Cold Bear e The Booger Man – e il 1971 – Wasted e Gatur Bait– per la Gatur Records in formato 45 giri.

Come spesso accadeva in situazioni simili, in quei tempi, la “casa discografica” altro non era che un tentativo di finanziamento di un gruppo che si autoproduceva un disco, un 45 giri, per poi metterlo in circolazione e crearsi l’occasione per il successo. La Gatur Records di Wilson Turbiton (il tastierista dei Gaturs), visto lo scarso successo commerciale, scomparve dalle scene e i diritti furono acquisiti dall’Atlantic Records e rimessi ad una sua controllata: la Atco Records che rimise in circolazione The Booger Man, in versione 7” nel 1971.

Va detto che il 7” prodotto dalla Gatur Records gira, nel mercato collezionistico, a prezzi proibitivi: si arriva ad una quotazione oltre i 100 euro per Wasted.

In piena epoca acid jazz, nel periodo di recupero delle sonorità degli artisti di fine anni 60' - '70, nel 1994, la newyorkese Funky Delicates ha stampato e commercializzato “Wasted: The Gaturs feat Willie Tee”, un disco che raccoglie i 45 giri prodotti dalla Gaturs Records. Wasted è una compilation nata da registrazioni di alto livello collezionistico. Oltre ai brani dei Gaturs troviamo pezzi a nome di Wilson Turbiton, tastierista della band, conosciuto, poi, come Willie Tee. Tutti pezzi in cui la formazione è la stessa dei Gaturs e in cui spicca l’uso della chitarra di Louis “Guitar June” Clark e della batteria – i pezzi sono conditi di sani break – di Leonard Paina. Funky Funky Twist è l’espressione di quanto detto: il brano parte con un break… subentra la chitarra sincopata… tastiere e voce. Inizia il funk. Si balla.

La curiosità è soddisfatta.

Buona musica.

Vincenzo Altini





23/10/11

JACKIE BROWN OST


Con un salto attraverso lo specchio del suo mondo visionario, Tarantino, insolito Bianconiglio, ci guida in un mondo dal tempo riavvolto: la Regina Nera, con le fattezze di una splendida Pam Grier, regna incontrastata su una terra dominata da corruzione, perversione e criminalità; attorno, personaggi che intrecciano storie così realistiche da favorire la condivisione di quella morale – non poi così corrotta – che spinge Jackie oltre i limiti.

Blaxploitation docet, perché gli ingredienti ci sono tutti, e si fanno ben visibili: lo “sfruttamento del nero” (da cui il termine, unione di “black” ed “exploitation”) qui riproposto come omaggio ai classici del filone (i protagonisti – quelli tosti – sono neri, ma il bianco non è la “cancrena bianca” delle origini), storie di eccessi di violenza, tradimenti incalzanti, sesso (qui accennato) e musica, tanta musica; ma non una colonna sonora qualsiasi, no: qui ci sono quel funk e quel soul che un film à la blaxploitation ha il dovere di sfoggiare.

Il passaggio a questo mondo di delirante egocentrismo e di genuino egoismo ci è allietato da una voce che, sola, vale più di mille altre: “Across 110th Street” di Bobby Womack suggerisce il giusto ritmo per iniziare il nostro viaggio ai confini del tempo. Voce calda ed appassionata perfetta per narrare la storia di uomini qualunque con la medesima sensibilità di artisti come Marvin Gaye e Curtis Mayfield. A contraltare, ecco apparire i The Meters che, con la loro “Cissy Strut” pervasa da roboanti linee di basso, si riconfermano tra i pionieri del funk, semmai un dubbio ci avesse sfiorati.

C'è anche l'amore, quello che solo i Delfonics sanno raccontare: sapienti maestri di quel soul che a Philadelphia, negli anni '70, vide la luce dalla commistione di soavi melodie con arrangiamenti funk e sonorità jazz, e le cui note sottolineano il crescendo del sentimento tra i due protagonisti, così diversi tra loro, ma così vicini da apparire perfetti l'uno agli occhi all'altra.

Indiscusso dominatore di questa colonna sonora divenuta tutt'uno con lo sviluppo della trama ed i suo intrecci è Roy Ayers, amato vibrafonista e stimato compositore il quale, con la maestria che lo contraddistingue, compone una perfetta didascalia ai momenti d'azione della pellicola servendosi delle note delle sue “Exotic Dance”, “Aragon” ed “Escape” (tutte tratte dal film “Coffy”, diretto da Jack Hill nel 1973).

Dal canto suo Randy Crawford, inconfondibile ugola dei Crusaders, con “Street Life” provvede a scandire il tempo ed il senso dell'avventura che Jackie sta vivendo viaggiando, a bordo della sua macchina, verso il luogo dove si giocherà il tutto e per tutto, in nome di una sacrosanta giustizia privata.

Ogni traccia scelta dal regista come accompagnamento e parte stessa dell'opera ha vita propria e costituisce, spesso, un richiamo esplicito alla fonte da cui attinge (tra tutti “Long Time Woman”, cantata dalla stessa Pam Grier, in riferimento al film "The big doll house - Sesso in Gabbia” che la vede tra le principali interpreti).

Numerose le personalità che si incontrano in questa storia, ancor più numerose le voci che ne narrano le sfumature, ma ecco che, quando ogni tassello si ritrova al proprio posto, la voce che ci saluta è, ancora una volta, quella di Bobby Womack che, ora, ci riporta, dolcemente, alla realtà.

Astrid Majorana


06/10/11

WAYNE SHORTER


Definire Shorter “sassofonista” è un’espressione corretta ma, nella sua semplicità, estremamente restrittiva. In realtà quando si parla di lui ci si deve preparare ad affrontare la storia del jazz degli ultimi 50 anni: Shorter è, infatti, uno dei più grandi e rivoluzionari musicisti. In quest’ottica, allora, considerando il jazz come libera espressione anche rivoluzionaria si può dire che Shorter sia jazz. Vi spiego il perché.

Le sue prime apparizioni sulla scena si riscontrano tra il 1956 e il 1958 anni in cui suona, quasi casualmente, con personaggi del calibro di Horace Silver, Nat Phipps e Maynard Ferguson (nella cui formazione transitò, anche, Joe Zawinul) facendosi conoscere per un carattere decisamente allegro e determinato. Fu grazie a questa caratteristica ed alla completa lontananza dal mondo dell’eroina che spinse Art Blakey, su segnalazione di Silver, a chiamarlo a sostituire il sax di Hank Mobley nei Jazz Messengers. Fu l’occasione della sua vita.

In un periodo caratterizzato dalla ricerca di esplorazioni musicali, con nuovi suoni e arrangiamenti che iniziavano ad emergere, il ruolo di Shorter all’interno dei Messengers fu quello di mantenere i piedi per terra e continuare l’esplorazione dell’hard bop dirigendone il suono verso frontiere meno spinte e più facili da affrontare.
Shorter divenne il direttore artistico dei Messengers, scrivendo e riarrangiando pezzi che avrebbero dato nuove direzioni all’hard bop. Esempio di ciò è dato dagli album Buhaina’s Delight (Blue Note), Art Blakey & The Jazz Messengers (Impulse) e Caravan (Riverside), tutti pubblicati tra il 1961 ed il 1962, dove a brani di nuova produzione, scritti da Shorter, Walton, e Hubbard, si alternano arrangiamenti in cui si evidenzia, nella cura del sound, un ruolo sempre più forte della sezione fiati a discapito della sezione ritmica.

Il 1964 è l’anno del debutto solista di Shorter per la Blue Note. Night Dreamer, JuJu (dove appare l’intera ritmica del quartetto di John Coltrane) e poi Speak No Evil, sono tre album fondamentali in cui il sound alterna momenti classici ed essenziali (Night Dreamer) a punte di ricerca sonora di stampo coltraniano (Mahjong e JuJu). Questi tre album furono il biglietto da visita con cui Shorter si presentò a Miles Davis.

In realtà fu Coltrane, stimando in particolar modo Shorter, a proporlo a Miles Davis in sostituzione dei vari Stitt, Coleman, Rivers e, nuovamente, Hank Mobley.

Il quintetto che ne venne fuori ha qualcosa di eccezionale al punto che Davis lo considerava il secondo miglior quintetto della sua storia. Del resto, con gente come Shorter, Hancock, Ron Carter e Tony Williams non avrebbe potuto essere altrimenti. Questo quintetto fu caratterizzato dalla presenza di quel gruppo di giovani musicisti che a livello critico erano considerati le migliori promesse del jazz per singolo strumento e la loro abilità andava oltre quelle che erano le singole aspettative. Il Miles Davis Quintet è, ancora oggi, citato come base essenziale dell’espressione jazz e una delle più influenti formazioni. La ragione di tale considerazione è nell’unicità del suono prodotto: ancora una volta si hanno momenti sonori di hard bop e sperimentazione solistica intervallati ad espressioni classiche e morbide.

Shorter compose per il quintetto Prince of Darknes, E.S.P., Footprints, Sanctuary, Nefertity e molti altri brani importantissimi nella discografia di Davis e Herbie Hancock arrivò a definirlo il miglior maestro di composizione con cui avesse mai avuto modo di lavorare. Lo stesso Davis – una volta tanto – definendo Shorter un grande compositore, ebbe modo di complimentarsi attribuendogli il valore assoluto di saper “…riconoscere nella musica che la libertà è l’abilità che ogni musicista ha di capire quando il suono d’insieme sia preponderante su quello che è il proprio lavoro…”.

Il quintetto di Davis si sciolse nel 1968 e Shorter continuò a partecipare ai progetti di Miles senza trascurare la produzione solistica per la Blue Note. Schizofrenia e Super Nova 8 (con Chick Corea e John Mclaughlin), seguenti a Adam’s Apple - dove appaiono tocchi di free jazz -, furono il preludio al salto successivo che si rese evidente e necessario a seguito della grossa collaborazione data a Miles Davis per Filles De Kilimanjaro, In A Silent Way e Bitches Blue.

Dal 1970, tranne che per alcuni live con Miles Davis, Wayne Shorter abbandona il sax tenore e dedica le sue attenzioni allo studio del sax soprano. Moto Grosso e Odyssey Of Iska furono il passo definitivo verso il sax soprano.

Odyssey Of Iska rappresenta un ulteriore passaggio: subito dopo l’uscita del disco, reincontrando Joe Zawinul, con Miroslaw Vitous, Airto moreira a Alphonse Mounzon nacquero i Weather Report, al confine tra jazz e rock, vera e propria band leader del movimento jazz fusion. Con la guida combinata di Shorter e Zawinul i Reaport hanno prodotto tra i più importanti brani jazz fusion con musicisti come Pastorius e molti altri che si sono susseguiti nella mitica formazione. Ognuno di questi musicisti ha potuto conoscere la straordinaria capacità direttiva e compositiva di Shorter sino al 1985 anno in cui Shorter lascia i Reaport.

Si susseguono collaborazioni e progetti di varia importanza e natura. Da segnalare: Native Dancer with Milton Nascimento (1974), Live at Montroux Jazz Festival with Carlos Santana (1988), 1 + 1 with Herbie Hancock (1997) tutte collaborazioni che hanno prodotto dischi usciti a nome di Shorter e molte collaborazioni con musicisti di vario genere, tra cui Pino Daniele per Bella ‘mbriana.

La carriera di Shorter toccando punti di riferimento che vanno oltre la moda del momento può essere definita jazz.

Jazz è un modo di approcciare la musica dove tutto è curiosità. Dove tutto è musica. Senza pregiudizi, senza essenza, senza intellettualismi.
Buona musica.

Vincenzo Altini



12/09/11

JAMIROQUAI


Quando si pensa ai Jamiroquai, li si identifica con Jason "Jay" Kay, la voce, il frontman, quello con i copricapo vistosi e la passione per la velocità. Certo, si circonda di musicisti che fanno la loro onesta parte, ma Jamiroquai è inequivocabilmente lui!
Una domanda mi è tornata spesso in mente su Jason Kay, soprattutto quando il suo suono, quel disco/electro/boogie, è diventato sterile e sempre uguale: ci è o ci fa? Della serie, è un grande talento che si addormenta sugli allori (e sui dollari) oppure è un furbone che ha beccato il filone giusto e raschia il fondo del barile fin quando si può?
A sciogliere il dubbio ci ha pensato l’ultimo disco, Rock dust light star, uscito nel novembre 2010, nel quale finalmente sembra aver recuperato la verve dei primi lavori. Del resto, l’aveva preannunciato nel 2007, quando dopo un concerto da guinness su un aereo in volo da Londra ad Atene, aveva comunicato alla Sony di voler rescindere il contratto e smettere di fare musica fino al ritrovamento dell’ispirazione.
Parola mantenuta: Rock dust light star, inciso per la Universal, è un bel disco!
Per carità, non ci sono grandissime innovazioni. Il classico richiamo a Stevie Wonder (Two completely different things), qualcosa dei Police nella parte reggaeggiante di Hey Floyd, schitarrate rock (nella title track e in Hurtin’), brani per i dancefloor (White knuckle ride, forse il più debole dell’album), dell'energico funk (She's a fast persuader), canzoni dal sapore jazzy (Smokes and mirrors) e ballad pop intense (Blue skies, Goodbye to my dancer). Ma la minestra non sembra riscaldata.
Tra i solchi si sente energia, come se fosse suonato dal vivo, c’è la maturità di chi è cresciuto e ha sostituito l’anarchia con la serenità e c’è una ricerca musicale, che spazia tra i vari generi cari a Jason Kay.
Forse manca la freschezza di Emergency on planet earth, il disco dell’esordio. Ma quello è un album irraggiungibile, pieno di sfumature, di incroci musicali e di mistero: chi era quel giovanotto con cappellone da indiano e tuta Adidas che si dimenava sul palco? E poi, quella voce, così simile allo Stevie degli esordi: un miracolo!
E deve essere stato un miracolo anche passare in poco tempo dal rifiuto ricevuto dai Brand New Heavies, gruppo di punta dell’acid jazz, dopo un’audizione per la ricerca del cantante, alla firma di un contratto con la Sony. Quel When you gonna learn, singolo stampato dalla piccola etichetta Acid Jazz, era irresistibile e non poteva passare inosservato ai volponi di una major.
Nell’album, uscito nel maggio del ’93, in piena riscoperta dei suoni dance della musica nera, spiccano alcuni brani - Too young to die, Music of the mind, Blow your mind, Emergency on planet earth - e i temi ecologisti e sociali.
Il secondo disco, The return of the Space Cowboy, uscito solo un anno dopo, è quello con i suoni più psichedelici. Sarà per l’uso frequente di droghe, ma quando canta JK sembra volare in una zona interplanetaria, dove tutto va bene, le vibrazioni sono positive, gli amici sono vicini e le inibizioni spariscono. E’ lo spazio ideale cantato in Space Cowboy, una suite lunga quasi sette minuti, che remixata da David Morales fa conoscere il "cowboy delle stelle" anche ai discotecari.
Il botto è nell’aria e arriva con il terzo album, Travelling without moving (1996), nel quale si ascoltano, uno dopo l’altro, Virtual insanity (accompagnato da un video pluripremiato), Cosmic girl, Use the force, Everyday e Alright: bastano questi brani da soli per giustificare l’acquisto di un disco, che vende oltre undici milioni di copie in tutta Europa.

La pioggia di soldi e di popolarità, rimpinguata dal successo del singolo Deeper underground, inserito nella colonna sonora di Godzilla, non fa bene alla band, abbandonata da uno dei creatori di quel suono ormai riconoscibile, il bassista Stuart Zender, per presunti dissapori con Jason Kay, sempre più annebbiato dalle droghe. Il risultato è il disco successivo, Synkronized (1999), uscito perché c’è un contratto e quindi deve uscire, ma che non porta niente di nuovo alle orecchie degli ascoltatori. Però il disco vende e, allora, perché non continuare così? Ed ecco A Funky Odyssey (2001) e Dynamite (2005). Due buoni dischi… se li avesse fatti un esordiente, ma da Jason Kay e la sua band ci si aspetta qualcosa di originale. E, invece, c’è sempre la solita ricetta: una dose massiccia di disco (Love phoolosophy nel primo, Dynamite nel secondo), una porzione abbondante di pop di qualità (You give me something, Seven days in sunny June), una spruzzata di rock (Feels just like it should) e piccole zollette di zucchero per i cuori teneri (Corner of the earth, Tallulah).

La chiusura del periodo più asettico della produzione dei Jamiroquai viene sancita dalla raccolta High times: singles 1992-2006, che contiene l’inedito Runaway, con la quale si chiude il rapporto contrattuale con la Sony.
E siamo, finalmente, ai giorni nostri con il gran ritorno sancito da Rock dust light star e dalla chicca Smile, non inclusa nell’album, disponibile in download gratuito sul suo sito.
Bentornato JK!




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