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21/12/11

DEMON FUZZ



“We are different. Totally different.”

La storia che sto per raccontarvi si colloca il quel periodo fecondo della scena inglese di fine anni ’60 dove ska, pop e psichedelia sono i padroni incontrastati dei club londinesi. In quel periodo gli Skatalities propongono uno ska festoso e stradaiolo e riscuotono un discreto successo di pubblico senza mai avere quel quid pluris che gli avrebbe aperto la strada del successo.
La scena inglese si presenta in pieno fermento socio/culturale, effetto dei cambiamenti verificatesi nella composizione della popolazione iniziati subito dopo la seconda guerra mondiale: il governo per ripopolare il paese dall’impoverimento di forza lavoro iniziò ad incentivare gli abitanti del Commonwelth a trasferirsi in Inghilterra.

In questo contesto eterogeneo, gli anni vicini al ’68 videro Londra diventare “capitale” della rivoluzione culturale in atto in cui la globalizzazione iniziava ad affacciarsi ponendo al centro delle attenzioni gli aspetti tipici delle culture dei paesi periferici del disciolto Impero Britannico. L’effetto fu ben visibile sulle arti visive e nella musica in cui gli aspetti tribali, importati in Inghilterra, si mescolavano perfettamente con gli elementi della cultura britannica.
Lo ska suonato dagli Skatalities con ritmiche africane, è un esempio di ciò.
Gli Skatalities si erano formati grazie ad un annuncio pubblicato su NME, rivista musicale inglese, dai fratelli Raphael e “Sleepy” Jack Joseph, rispettivamente chitarra e basso, con l’intento di creare un gruppo per far ballare nelle balere inglesi frequentate dai Mod. All’annuncio risposero Paddy Corea, sassofono, e Ray Rhoden, tastiere, e, successivamente, il giamaicano Steve John, alla batteria. La band iniziò ad esibirsi con il nome The Blue Rivers and The Marrons dopo poco, tra club e strade, senza giungere a nulla nonostante un lp, Blue Beat In My Soul, registrato nello stesso studio di registrazione dei Rolling Stones.

Il mancato successo portò i fratelli Joseph a inserire un altro annuncio su NME alla ricerca di altri musicisti per allargare la band. Si aggiunsero Ayinde Florain, percussioni, e Clarence Brooms Crosdale, trombone. L’ingresso dei nuovi musicisti e l’approccio verso nuove sonorità intrise di reggae, dalla differente battuta ritmica, condussero la band a mutare nome in Skatalities. Dal northen soul proposto nella prima fase si passò allo ska.
Ma la svolta vera e propria fu durante un viaggio che Paddy Corea fece in Marocco alla fine del 1968 dove sentì suonare bande tribali e strumenti ad ancia che non conosceva e che producevano un suono molto simile ai richiami dei muezzin per le celebrazioni musulmane e gli venne l’idea di provare a cambiare il registro sonoro degli Skatalities.

L’idea piacque e alla band si aggiunse Smokey Adams, un cantante dalla voce molto r&b con influssi gospel, e durante le prove, dopo aver rifiutato un ingaggio per i Marrons allo Star Club di Amburgo, nacquero i DEMON FUZZ.

Il nome è dovuto al sotterraneo di un negozio di dischi della West London. Il significato è un gioco di parole che rimanda l’immagine di Diavoli Bambini o Poliziotti Cattivi (distorti, dal termine fuzz) ma senza alcun riferimento a realtà del momento. Anzi, come dichiarato dallo stesso Corea durante una sua intervista alla BBC: “…eravamo troppo differenti e cercavamo di darci un nome che facesse sorridere ed incutesse rispetto per la nostra diversità. Allora ci venne in mente che stando nel sotterraneo eravamo dei demoni che dovevano venir fuori…”.
I DEMON FUZZ propongono un sound che è una miscela esplosiva condita di tribalismo africano, rock, psichedelia, soul e funk in cui Hendrix, Sly Stone, Funkadelic, Miles Davis e Ornet Cooleman si mescolano perfettamente. Nel periodo post sessantotto essere così differenti dal punto di vista sonoro era una garanzia di successo.
I Demon Fuzz vengono ingaggiati dalla Pye attraverso la Dawn per un disco che, purtroppo, resterà unico: AFREAKA.

Diciamo subito una cosa che sgombera ogni dubbio e perplessità. Il titolo del disco non è un caso. È un omaggio a Lee Morgan ed al suo pezzo Afreaka! La scelta è semplicemente spiegata nella passione che Corea aveva per il trombettista americano e per la diversità dell’album che stavano registrando in cui inizivano a presentarsi gli influssi della cultura musicale africana.
Le tracce sono 5, una più bella dell’altra ed ognuna in grado di essere citata e descritta per pagine e pagine.

Past Present and Future parte con un arpeggio, pieno di fuzz (distorsioni) che dopo poco entra in un ritmo swingante afro e poi, ancora una volta, cambia pelle per trasformarsi in un reggae boogie accattivante. Disillusioned è una ballata folk con richiami ai Temptations e al rock di natura progressive che iniziava a fare capolino. Another Country è una potentissima miscela afro beat e funk con tracce di psichedelica. Il funk torna poi prepotentemente su in Mercy, ultima traccia del lato B, la quinta.
Storiche ed incredibili sono anche le versioni, uscite su cd qualche anno fa ma già presenti come alternate take, di Fuzz Oriental Blues, strumentale, Message To A Mankind, e, in perfetta linea con Screamin’ Jay Hawkins, I Put Spell On You (la trovate in 45 giri..), dove le meravigliose qualità vocali di Smokey Adams vengono fuori.

La copertina del disco è meravigliosa: un lottatore mascherato africano che guarda fiero oltre l’orizzonte indossando una maschera dal naso lungo e i colori bianco verde rosso e nero. Sul retro, Sempre il lottatore, di schiena, che mostra con fierezza una cicatrice.

Ho lasciato per ultimo, la prima traccia del lato b del disco per avere un buon modo per chiudere il discorso sui Demon Fuzz. Se avete ancora dei dubbi ascoltate Hymn To Mother Earth ad occhi chiusi. Fate in modo che ogni singola nota, ogni variazione ritmica, ogni arpeggio, ogni respiro nelle ance ed ogni battuta entri in voi e vi guidi. Siete pronti? Ecco… sta per iniziare un viaggio nei cinque continenti. Immaginate di essere aria, di essere acqua, si essere odori e musica. Ecco, dopo l’intro c’è la batteria e la voce di Adams, poi la chitarra, la tastiera… poi il basso vi trascina da un’altra parte. Carovane, sguardi, montagne, deserti…
Ecco perché si è diversi. Ecco perché.

Buona musica.

Vincenzo Altini




08/02/11

LAFAYETTE AFRO ROCK BAND



Long Island - New York, Stati Uniti, 1970.
E' proprio quello il periodo in cui una band, capitanata dal vocalist Bobby Boyd decide di formarsi. Il funk, l'afro, il rock.... il loro credo.
Ma il 1970 è un periodo molto florido per il funk, e migliaia di gruppi si sfidano a colpi di groove per arrivare al successo. C'è chi lo raggiungerà e chi, invece, si fermerà a stampare un misero 45 giri.

I nostri protagonisti vista l'enorme concorrenza, decidono nel 1971 di provare un'altra via: L'Europa in particolare la Francia, senza però l'adesione di Bobby Boyd che invece deciderà di restare in America per tentare il colpaccio.

Larry Jones, Frank Abel, Lafayette Adson, Keno Speller, Ernest "Donny" Donable, Arthur Young, Michael McEwan e Ronnie James Buttacavoli volano a Parigi si ribattezzano "Ice" e cominciano a suonare prevalentemente nelle zone frequentate da immigrati nord-africani. ll loro sound impregnato di groove non può far altro che attirare la loro attenzione.
Attira però anche quella di Pierre Jaubert, produttore discografico, che fa dei 'nostri' la studio band del suo Parisound.

Nel 1972 arriva l'anno dell'esordio discografico, dopo però essersi ribattezzati Lafayette Afro Rock Band, e lo fanno con l'etichetta America pubblicando "Malik". Un disco incredibile, che oltre a chitarre e sound prettamente funk, raccoglie ritmiche africane non tralasciando l'anima soul.
Da segnalare la bellissima Darkest Lights tra l'altro campionatissima (da artisti come Public Enemy), ma anche la stessa Malik dal sound prettamente funk, e la perla da dancefloor I Love Music. Un disco tanto bello quanto non facilissimo da reperire.

Nel 1973 arriva la seconda e, purtroppo, ultima fatica della band che pubblica per l'etichetta Musidisc il disco "Soul Makossa", che oltre a contenere una fantastica versione del successo di Manu Dibango, ha tra le sue tracce migliori Hitache, perla che contiene un break di batteria iniziale campionato da centinaia di artisti tra i quali De La Soul, Naughty By Nature, LL Cool J, Janet Jackson solo per citarne alcuni.
Tutte le tracce meritano, un sound che passa dall' afro-funk a lettere cubitali che prende vita in mine come Azeta e Nicky (First One) ad influenze rock come in Oglenon. Decisamente notevole.

Nonostante i lavori della band siano solo due, stampati anche in un lasso di tempo decisamente breve, ancora oggi gli appassionati di Black Music e le varie compilations funk, che tutt'ora vengono stampate, suonano i Lafayette Afro Rock Band.
Non possono mancare nelle collezioni dei "drogati" dell'afro-funk.
Una nota particolare, infine, va fatta sulle 2 splendide copertine che custodiscono i 2 lavori. Entrambe molto simili, ma immensamente splendide ed essenziali. Sicuramente 2 opere d'arte, che trovate allegate all'inizio di questo articolo.

Procuratevi i dischi dei Lafayette Afro Rock Band, non ve ne pentirete.

Dj Danko


01/11/10

FELA KUTI


Il genio musicale, l’inventore di un genere tutto nuovo: l’Afrobeat, il soprannome più spesso affibbiatogli è “The Black President”.

Olufela Olusegun Oludotun Ransome-Kuti nacque il 15 ottobre 1938 in Nigeria, ad Abeokuta, in una famiglia della classe media. Tutti i componenti della sua famiglia erano in qualche modo coinvolti attivamente nel sociale: sua madre, Funmilayo Ransome-Kuti era una attivista del movimento anti coloniale femminista e suo padre, il Reverendo Israel Oludotun Ransome-Kuti, era un ministro protestante e fu il primo presidente dell’unione insegnanti in Nigeria; i suoi due fratelli, Beko Ransome-Kuti e Olikoye Ransome-Kuti, erano entrambi medici affermati e conosciuti in tutta la Nigeria e, da non dimenticare, il loro cugino Wole Soyinka fu il primo uomo africano che, nel 1986, vinse il premio Nobel per la letteratura!

Sicuramente crescendo in un ambiente così ricco di ideologie avverse al potere politico, incentrato sulla violenza e sulla repressione militare, egli poté trovare terreno fertile per cominciare il suo percorso di musicista prima e attivista poi.

Trasferitosi a Londra all’età di 20 anni per studiare medicina, decise poco dopo di iscriversi al Trinity College of Music: fu in quel periodo che prese forma il suo primo gruppo, i Koola Lobitos, una fusione tra jazz e highlife.

Nel 1960 sposò la prima moglie Remilekun, con la quale ebbe tre figli (Femi, Yeni e Sola).

Negli anni subito successivi all’esperienza londinese, ci fu la vera e proprio svolta nella carriera artistica di Fela: tornato in Nigeria, nel 1963 riformò la Koola Lobitos, partecipando attivamente come produttore radiofonico per la Nigerian Broadcasting Corporation.

In questo periodo, durante i provini per i nuovi musicisti del gruppo, conobbe il batterista Tony Allen, che accompagnò Fela per più di un decennio ricco delle produzioni più significative.

Fu proprio il genio artistico di Allen, con la sua rivoluzionaria ritmica percussiva capace di sostituire una intera orchestra di drums, a donare la forma definitiva di quel genere che Kuti, nel 1967, durante un viaggio in Ghana alla scoperta di nuovi stimoli, battezzò col termine Afrobeat.

Fondamentale nel 1969 fu l’incontro, negli Stati Uniti, con la partigiana Sandra Smith del Black Panther Party, movimento di emancipazione della popolazione afroamericana, che influenzò molto il messaggio della sua musica, tanto da rendere i suoi testi incentrati sulla critica della politica dittatoriale adottata nel suo paese natale, un esempio su tutti l’album intitolato Zombie.

Fela credeva nell'idea di una repubblica africana unita e democratica, in quanto sostenitore del Panafricanismo e del socialismo, inoltre, durante gli anni settanta e ottanta, nei suoi testi si delineavano le critiche più aspre alle dittature e ai governi militari in Nigeria; di conseguenza fu fiero sostenitore dei diritti umani!

Contemporaneamente attaccava il comportamento delle upper class, le quali, secondo lui, si piegavano dinanzi al volere della dittatura, distruggendo in questo modo le antiche tradizioni africane.

The ’69 Los Angeles Sessions è riconosciuto come il primo album di Fela con l’originario gruppo, nel frattempo rinominato Nigeria ’70, registrato in pochissimo tempo a Los Angeles e in modo illegale, in quanto i componenti erano sprovvisti di permessi di lavoro. In questa sua opera si percepiscono alcuni richiami alla musicalità radicalmente funk di James Brown, che successivamente influenzerà la visione del giovane musicista.

Al rientro a Lagos, il gruppo fu ancora ribattezzato con il nome di Africa ’70 e, oltre al nome cambiarono definitivamente anche i contenuti dei loro brani: abbandonati del tutto i temi sentimentali e le canzoni d’amore dal successo radiofonico assicurato, produssero veri e propri messaggi di propaganda politica e sociale.

Fu allora che Fela diede vita alla Kalakuta Republic: uno studio di registrazione, una comune, ma anche una vera e propria casa per tutti i collaboratori attivi nel suo nuovo movimento, tanto da dichiararsi indipendente da tutto il resto dello stato della Nigeria.

La tradizione africana in cui credeva ammetteva anche la poligamia, e la stessa Repubblica di Kalakuta era stata fondata come luogo in cui la poligamia era in generale consentita. Pur non facendo prettamente parte della cultura africana, va notato come Fela fosse molto liberale in materia di sessualità, come emerge nella canzone Open and Close. Egli espresse anche alcune idee che potrebbero essere considerate sessiste, come quando, ad esempio, descrive le donne come delle "bambinaie".

Ma il suo exploit più provocatorio e sensazionale fu forse quello che nel 1982 lo vide sposare simultaneamente 27 donne (dalle quali divorziò nel 1986).

Alla sua rivoluzionaria visione della musica e della politica Fela accostò uno stile di vita che attirava i guai come una calamita: notoriamente avvezzo alla marijuana, donnaiolo e anticonformista (nota la sua abitudine di girare in mutande), Fela, per sottolineare il suo distacco dalla realtà colonialista, rinnegò il suo nome intermedio europeo Ransome (quel nome da “schiavo”) per adottare il nuovo middle name di Anikulapo ovvero “colui che dispone della propria morte”.

Da qui in poi il successo aumentò, Fela quindi decise di adottare come lingua per le sue canzoni il pigdin inglese, comprensibile in tutti gli angoli dell’Africa, dove le lingue e i dialetti sono davvero numerosissimi.

Nel 1977, sempre con gli Africa ’70, diede vita all’album Zombie, un vero e proprio affronto alle autorità militari, in cui la metafora degli zombie è usata per descrivere le truppe di soldati-burattini, mossi dalla volontà della classe imprenditoriale e sfruttatrice delle masse più deboli.

Questo successo però cominciava a disturbare la repressiva politica militare: infatti furono numerose le incursioni armate all’interno della Kalakuta, in una delle quali la stessa anziana madre di Fela perse la vita dopo essere stata scaraventata da una finestra; successivamente la comune fu data definitivamente alle fiamme, mandando in fumo così molte delle registrazioni prodotte fino a quel momento.

Nonostante i suoi musicisti cominciassero a temere per la propria incolumità, messa a rischio dai numerosi affronti pubblici durante le loro performances live, Fela decise di intraprendere anche la carriera politica, dando vita al movimento denominato M.O.P. (Movement Of the People), presentando nel 1979 la sua candidatura alle elezioni primarie nigeriane, candidatura che fu bocciata.

Palesemente insoddisfatto di questo esito, continuò comunque la sua propaganda registrando nuovi album e organizzando tour in tutto il suo paese sotto il nome di Egypt ’80.

Nel corso della sua vita il musicista è stato citato in tribunale circa 350 volte ed è stato incarcerato in tre diverse occasioni: nel 1984 fu arrestato con una banale accusa, che però lo vide impotente in prigione per ben venti mesi; questo evento suscitò la mobilitazione di molti gruppi a favore dei diritti umani, fino a spingere il generale Ibrahim Bagangida a rilasciare il patriota rivoluzionario Fela Kuti.

Questa ennesima esperienza non fece altro che rafforzare la sua volontà nel continuare a professare il suo messaggio di ribellione, tanto da conquistarsi una fetta di palco nel grande evento del 1986 al Giants Stadium di New Jersey, ovvero il Conspiracy of Hope concert organizzato da Amnesty International, al quale presero parte anche artisti come Carlos Santana, the Neville Brothers e Bono.

Nonostante le sue uscite maladrine e la sua vita alquanto sregolata, che certamente alimentano il suo mito, la fama di Fela continua a crescere anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1997 per complicazioni dovute all'AIDS. Sulla sua vita e la sua musica sono stati pubblicati numerosi libri e album celebrativi, ma la sua maggiore eredità rimane comunque la sua musica: al suo attivo Fela può contare circa 47 album, la maggior parte dei quali pubblicati dall’etichetta Barclay Records. Tra tutti i miei preferiti restano il Live! con Ginger Baker del 1970, Expensive Shit del 1975 (l’omonimo singolo è stato remixato anche dal duo Masters At Work), ovviamente Zombie del 1976, ma anche l’album Music of Many Colours in collaborazione con Roy Ayers, al quale appartiene il singolo 2000 Blacks Got To Be Free nel quale si incrociano la delicata musicalità soul di Ayers e l’agressiva ritmica Afrobeat di Fela.

Nonostante l’assenza sulla scena musicale attuale di un personaggio così carismatico come Kuti, al giorno d’oggi è suo figlio Femi a portare avanti con la sua band dei Positive Force il messaggio del padre. Contemporaneamente, il suo vecchio arrangiatore Tony Allen continua a sviluppare quel suo originale sound, mescolandolo a più moderne vibrazioni, mentre una schiera di nuovi gruppi, come gli Antibalas, si fanno portavoce dell'Afrobeat nel 21° secolo.

E come scritto sulla t-shirt del dj americano Rich Medina indossata durante un’intervista:

FELA REST IN BEATS!

Claudio Valerio

04/08/10

KING BLESO & THE VOODOO SOUL UNLIMITED



Molti pseudonimi, un unico nome.

Dario Troso, dai più conosciuto come Gopher D, uno dei membri storici degli Isola Posse All Stars, è una di quelle persone che ha contribuito a far si che la scena hip hop italiana decollasse e costruisse delle solide fondamenta.

Eclettico per natura; disc jockey, produttore, rapper, collezionista, chitarrista, insomma una vita “sacrificata” in onore del “Dio Della Musica” che non sempre (specie ultimamente) restituisce la stessa passione che i suoi discepoli più affezionati gli dedicano.

Dopo essere rimasto letteralmente folgorato in quel di NY da un djset completamente composto da rarissime gemme afrofunk, si rimette in gioco. Rimescola le carte.

Oku è afro, è funk e fa muovere i culi.

La sua enciclopedica conoscenza musicale, che spazia tra i generi in modo disinvolto, fa sì che il suo approccio sia cosciente, maturo e ben dosato.

King Bleso si muove tra i campionamenti (tanti) e riesce nell’impresa di completare questo elaboratissimo puzzle musicale.

Le atmosfere che ne scaturiscono rendono perfettamente l’idea del viaggio musicale che il buon Dario affronta;

Una sorta di “safari” a bordo di una “Ford Gran Torino”, per intenderci.

Difficile individuare una traccia preferita, ognuna ha una sua peculiarità. In questo momento, mentre scrivo, suona “Just Because”, e la voce di Suz s’incastona sulla musica in modo egregio, sembra di ascoltare un brano suonato nel 1973!!

Ma come dicevo poche righe fa, King Bleso non affronta da solo questo viaggio, ad accompagnarlo ci sono Sotu Tetsune al basso, Gloria Turrini, voce in “Damn, i’m so sure”, Salvatore Pasca al sax, Giulio Bianco al flauto, e appunto Suz, voce in “Just Because”.

Non limitandosi al semplice “taglia, copia e incolla”, King Bleso riabbraccia anche la chitarra, strimpella sul clavinet e si improvvisa cantante in “4 o’clock”, “Sittin’ on my sofa” e “What’s my name”!!

La sua voce, perfettamente NON intonata è la cosa più funk del cd!

Un misto tra Melvin VanPeebles e Oscar Brown Jr., con un approccio talmente svogliato e strafottente da risultare un contributo non da poco alla riuscita dei pezzi in cui è presente.

Una voce perfettamente intonata non sarebbe stata la soluzione migliore. Avrebbe “pulito” troppo i pezzi in questione, facendoli risultare artefatti, poco “funk”.

Concludendo, Oku è il cd da avere se amate il genere e se amate Gopher in tutte le sue sfumature.

Vi accompagnerà per tutta l’estate, ma non solo.

Vi sarà vicino ogni qual volta cerchiate il sole d’Africa nelle buie strade della vostra città.

Dj Argento

02/07/10

TONY ALLEN


Durante un caldo pomeriggio estivo, lavorando al pc e in sottofondo una puntata di Radio Soleluna di Lorenzo Cherubini, ho scoperto la fantastica ritmica dell’Afrobeat e la storia dei suoi pionieri: una puntata dedicata a Fela Anikulapo Kuti, ovvero il musicista e soprattutto l’attivista politico e sociale della Kalakuta Republic, che aveva come obiettivo quello di lottare contro la repressione militare dei ricchi africani per preservare i diritti fondamentali della popolazione africana più povera. Al suo seguito si muove un vero e proprio esercito di musicisti, il cui comandante e inventore, colui che è riuscito a donare il giusto battito cardiaco a questa nuova ed originale ritmica, è il batterista Tony Oladipo Allen.

Nato in Lagos, Nigeria, nell’agosto del 1940, all’età di diciotto anni comincia a suonare la batteria da autodidatta, nel periodo in cui collabora come tecnico per una radio locale nigeriana, che trasmetteva per lo più musica jazz americana, ma anche i ritmi tradizionali Yoruba e il jazz africano denominato highlife.

Abbandonata la carriera universitaria in ingegneria, si lascia catturare dal fuoco sacro della musica, seguendo il richiamo del beat; ma a Lagos la vita del musicista privato non è delle più facili: Tony non può permettersi una sua batteria, strumento perlopiù reperibile nei grandi alberghi o nei club più rinomati, i quali mettono a disposizione la loro strumentazione privata ai musicisti.

È l’incontro con “Sir” Victor Olayia, uno col fiuto per i giovani talenti, che sprona il giovane Allen incentivandone le capacità, fino a farlo diventare batterista leader dei Cool Cats, un buon gruppo di highlife di Mensah, una sorta di pop-dance africana molto diffusa in Nigeria.

Proprio in questi anni sviluppa una crescente curiosità per la sperimentazione di nuove fusioni ritmiche, studiando la rivoluzionaria batteria di Guy Warren, il quale mixava il tribale ghaniano col bop di Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Thelonious Monk e Max Roach.

In seguito allo scioglimento dei Cool Cats, Allen collabora con i Nigerian Messengers, i Melody Makers e gli Heatwaves.

Fela Kuti, deluso dallo scarso successo ottenuto dal Fela Ramsone Kuti Quintet, un jazz tra cool e be-bop troppo distante dall’highlife orecchiabile e ballabile molto in voga in Nigeria, decide di sciogliere il gruppo con l’intenzione di orientarsi verso un ibrido denominato highlife-jazz.

È il 1964 quando, al rientro da Londra, Fela Kuti incontra per la prima volta Tony Allen: l’obiettivo è quello di rifondare i Koola Lobitos, e una volta arrivato il turno di Allen durante i provini, non ci fu nessuna esitazione: il suo drumming non era paragonabile a nessun batterista nigeriano, da solo valeva una intera ensamble di percussionisti Yoruba, siamo agli esordi dell’Afrobeat!

Su questa ritmica Fela introduce tutti gli elementi che definiscono la sostanza compiuta di quel sound: chitarra ritmica e una seconda chitarra tenore assieme al basso, i fiati ripresi dall’highlife che, come nel funk, diventano parti fondamentali con riffs semplici, i talking drums ripresi dalle percussioni Yoruba. La lingua usata nei testi è il pidgin english, ovvero la lingua parlata nell’Africa anglofona, e i temi affrontati sono sempre più critici e pungenti in brani arrangiati come lunghe suite, cioè la condizione ideale per alternare strumentali e cantato corale.

La grande capacità musicale di Allen è quella di aver ridotto radicalmente il numero di elementi percussivi all’interno del nucleo orchestrale, ponendosi come regista ed elemento portante: i raddoppi tra gran cassa e rullante, i bombs ai tamburi bassi e molto jazz ai piatti caratterizzano il suo drumming; nelle orchestre Yoruba le percussioni arrivano anche a dieci elementi, mentre con la sua ritmica incalzante, basta l’accompagnamento di qualche congas, sticks e shekere.

Sotto la direzione artistica di Fela Kuti, il gruppo Africa ’70 produce svariati dischi di successo fra cui Roforofo Fight, Expensive Shit, Upside Down, in cui l’unico musicista svincolato da qualsiasi autorità è proprio Allen, in quanto, in fase compositiva, è proprio Fela ad adeguare il resto dell’orchestra al batterista ed alla sua ritmica.

Un periodo florido di produzioni musicali, ma di crescente malessere nei confronti dell’autoritario Fela Kuti, il quale si proponeva di utilizzare il denaro guadagnato dal gruppo per finanziare la lotta politica, anche sottopagando i musicisti. Questi dovevano anche sopportare la repressione governativa, che spesso si tramutava in veri e propri attacchi militari nella residenza di Fela, in uno dei quali la madre di Allen rimase gravemente ferita per poi morire poche settimane dopo.

Motivazioni abbastanza valide per decidere di intraprendere la carriera solista, nel 1978 Tony Allen e la maggior parte dei musicisti degli Africa ’70 lasciarono il gruppo.

Già nel 1975 sperimenta in Jealousy la possibilità di una carriera solista, poi con Progress nel 1977 e nel 1979 con No Accomodation for Lagos sancisce la definitiva strada da solista accompagnato da tutti quei musicisti degli Africa ’70 che, come lui, hanno come obiettivo la divulgazione di un messaggio sociale più pacato e pacifico.

Il disco No Discrimination segna il bivio, ma non una rottura totale, tra Fela Kuti e la nuova potente anima del padre dell’Afrobeat con il suo nuovo gruppo chiamato Afro Messengers.

Fino al 1984, anno in cui si trasferisce a Londra, sviluppa e perfeziona il suo personale stile in Lagos, e dopo la breve esperienza londinese si trasferisce a Parigi, città in cui trova nuove collaborazioni con King Sunny Ade, Ray Lema e Manu Dibango, dando vita, nel 1985, all’album N.E.P.A. (Nigerian Electric Public Agency) rinominato successivamente da Allen Never Expect Power Always.

Questo periodo post Fela è caratterizzato dalla ricerca di un nuovo suono ibrido, in cui decostruisce e fonde nuovamente la ritmica Afrobeat con quella elettronica, dub, R&B e ovviamente rap, per ottenere una sintesi denominata Afrofunk.


Dopo la morte di Fela nel 1997, Allen torna meritatamente alla ribalta dopo un periodo di assenza dalla scena discografica, è il momento in cui la forza pulsante dell’Afrobeat riprende a battere, a partire dal 1999 con il visionario album Black Voices e successivo remix, Afrobeat…No Go Die! del 2000, Homecooking uscito nel 2002 nel quale si possono avvertire tutte le perfette simbiosi di generi che compongono l’Afrofunk, e nel 2006 arriva il nostalgico album Lagos No Shaking, prodotto dalla etichetta Honest Jons di quel genio creativo di Damon Albarn che già col suo indie rock cantava “Tony Allen dancing / Tony Allen gets what a boy can do”.

Si susseguono altre collaborazioni: Sebastian Tellier (Air), la all-star band The Good, the Bad & the Queen fino ad incontrare la folle genialità del sassofonista tenore Jimi Tenor, con la loro session durata cinque giorni, danno vita al raffinato Ispiration Information.

È del 2009 l’ultima produzione di Tony Allen, disco prodotto dalla prestigiosa World Circuit Record, dal titolo che è in sé un messaggio diretto e preciso: Secret Agent.

Il suo Afrobeat ormai definito e colorato da note r’n’b contemporaneo e sintesi elettroniche, è il frutto di quell’evoluzione che rappresenta la più genuina evoluzione della scena naija underground e sperimentale che pulsa nelle comunità africane di Londra e Parigi.

Questo progetto coinvolge musicisti e ospiti di diversa provenienza, ma le parti vocali sono affidate ai cantanti nigeriani come Ayo, King Odudu, Switch, Kefeo Obareki, Wura Samba e lo stesso Allen nella title track d’apertura e nel brano finale Elewon Po.

A partire dal coro fino ai riffs dei vari strumenti si può dedurre come gli intrecci tra questi elementi creino una musica quasi anti melodica, che, anche se non orecchiabile, non stanca mai, perché è fusione, perché è in continuo divenire, ti sorprende il suo jazz che è anche rap e fusion, ma anche soul e anche il tradizionale naija. È la sua ritmica che ti cattura, ti mette in movimento le gambe senza sapere il perché, senza nemmeno aver mai ascoltato e apprezzato questa musica.

Personalmente ho avuto il piacere di assistere ad un suo concerto nel 2009 a Melbourne in una location cupa, ma che ben incorniciava le lunghissime e ipnotiche sequenze musicali; un’esperienza indiscutibilmente unica, fatta di vibrazioni ricche di storia ed intrise di un messaggio sempre vivo ed attuale: testi di differente intensità, alcuni di matrice tradizionale, altri a volte politici e altri apertamente esortativi alla danza, ma sempre con un esito di immensa consapevolezza espressiva.

Claudio Valerio


27/05/10

THE LAST POETS


The Last poets sono, a detta di molti, i veri padri del rap.

Negli anni 70 la loro poesia - così infuocata e magicamente ritmica- è stata la colonna sonora della lotta afro americana per i diritti civili, in un'epoca in cui il Ku Klux Klan seminava terrore e le Black Panthers -giustamente!- reagivano. Certo che reagivano, e non solo con le pistole: perchè anche le parole, si sa, possono essere ben più potenti e devastanti di un proiettile.

Al secolo David Nelson, Gylan Kain, e Abiodun Oyewole (in seguito si aggiungeranno altri 7 membri), i primi Last Poets nascevano a New York nel 1970 - appena due anni dopo la morte di Martin Luther King- in un contesto sociale alquanto turbolento che generava -si sa- una fervida produzione controculturale . Più che una band tradizionale, questi tre “negri”erano giusto poeti di ispirazione afrocentrica (come tanti in quel periodo) che, accompagnati da un tamburo, raccontavano storie di vita urbana, di rabbia e di reazione all’ingiustizia con il pathos del be bop e l’energia esplosiva del primo funk.

Oggi, 35 anni dopo, i critici e i deejay ne parlano come di una delle formazioni afro americane più incisive e "politicamente scomode" di sempre… perchè nei loro discorsi questi poeti maledetti del ventunesimo secolo usavano toni ben più duri, ad esempio, di Marvin Gaye o Gil Scott Heron: i Poets erano davvero radicali, potremmo dire estremi, comunque fedeli a un'ideologia "guerriera" che faceva della loro musica un forte strumento di militanza politica. Il loro linguaggio era schietto ma molto profondo, coniugava la forza dirompente di un pugno nello stomaco al calore sensuale di un bacio con la lingua. La rabbia della negritudine frustrata si mescolava alla dolcezza, alla poesia che canta l'amore, al jazz più raffinato, sofisticato e psichedelico.

Proprio il jazz è infatti la principale componente di quel sound così marcatamente new yorkese che risentiva degli echi di Spanish Harlem e del roots jamaicano, del beat di Fela Kuti e dell'energia di Miles Davis, John Coltrane, e Pharoah Sanders (dall’incontro col quale venne fuori il loro brano cult: “This is Madness”). Ma anche di influenze più hi tech come quelle di Bill Laswell, che negli anni 80 pubblicò diverse loro incisioni per la sua Celluloid Records.

I loro versi e melodie ipnotiche riportavano l'Afrika al centro di tutto, ma più che essere un mero richiamo alla terra madre erano un marcato strumento di azione politica, teso a forgiare le coscienze delle comunità suburbane di colore a proposito della discriminazione razziale e dell’esigenza di reagire, di ribellarsi: non limitandosi a criticare lo status quo creato dai bianchi (vedi album come "White Man's Got a God Complex"), ma anche usando parole dure verso i proprio stessi fratelli, spronandoli a svegliarsi dal loro torpore ed accusandoli di una certa apatia che li rendeva facili prede dell'oppressione ("Niggas Are Scared of Revolution").

Erano dischi sovversivi, i loro, tant'è che dopo la pubblicazione di "This Is Madness"(era il 1971) finirono sotto l'occhio vigile dei serivizi segreti del presidente Nixon. In taluni stati erano ancora in vigore le leggi razziali, si usciva dal Vietnam, e l'eroina iniziava ad esser diffusa nei ghetti al fine di distogliere l'attenzione dei giovani di colore dalla tanta merda che quei governi continuavano a buttar loro addosso, giorno dopo giorno. I Poets denunciavano, criticavano, e a loro modo reagivano! In quanto artisti avevano il compito –sacro, come d'altronde è quello di tutti gli artisti!- di fare controcultura e controinformazione, di risvegliare le coscienze della comunità e di aiutarla a non farsi fottere dal potere... come fecero più avanti i Public Enemy.

Eppure, alla fine, anche loro si sono fatti fottere. Perchè contro il Ku KLux Klan qualche volta all'arte hanno preferito la violenza; perchè qualcuno di loro è cascato nel crack; perchè, ahimè, hanno anche finito per prendersi a coltellate nella gola. Ma non sta certo a noi giudicare o sparare sentenze sulle loro vicende umane, meglio tenerli nel cuore per la loro musica, per la loro creatività, ma sopratutto per il loro messaggio che, pur talvolta violento e paradossalmente omofobico (poi dipende da come lo si interpreta), portava avanti la nobile causa della pari dignità di tutti gli individui.

This is Madness!


Fabio Barocco


14/02/10

INCREDIBLE BONGO BAND





Incredible Bongo Band... incredibili come la storia di questa band mai esistita.
Si, avete letto bene, proprio così, mai esistita.
Mi spego meglio:
E' Michael Viner, un manager artistico ed esecutivo della MGM Records, che da vita al "progetto" Incredible Bongo Band.
La missione, inizialmente, era creare qualche brano, con caratteristiche afro-funk, per la soundtrack di un B-movie intitolato "The Thing With Two Heads", e per il quale vengono registrate le tracce Bongo Rock (cover dell'omonimo brano di Preston Epps del 1959) eBongolia.

La particolarità è che Michael Viner, per registrare i brani, cerca di riunire sia artisti talentuosi che artisti affermati, della MGM Records e non, in momenti di poca attività. Davvero una cosa insolita.
Una volta registrati i 2 brani su citati, però, Michael Viner non vuole fermarsi, e continua a sviluppare il progetto per uscire con un LP.
Continua a sfruttare i momenti di libertà degli studi di registrazione della MGM e l'abilità di svariati musicisti che vanno e vengono, tra i quali ci sono anche Ringo Starr e King Errison, uno dei migliori percussionisti mai esistiti e che vanta collaborazioni con i più grandi della black music.

Una volta terminato il lavoro, dal titolo guarda caso "Bongo Rock" (MGM Records, 1973), per le pubblicità e per i vari artwork vengono utilizzate delle foto di una finta band, poichè non sarebbe stato possibile utilizzare, oltre che nelle foto stesse, anche nei crediti del disco, i veri artisti che vi avevano collaborato, per via dei loro obblighi contrattuali con altre etichette.

Il singolo Bongo Rock vende più di 2 milioni di copie, ma il brano che più di tutti nel tempo si rivelerà importante sarà Apache (cover del brano dei The Shadows).
Questa traccia, infatti, verrà molto utilizzata, per via del lunghissimo breaks di batteria e percussioni presente nel brano, dai dj hip hop nella fine degli anni 70.
Apache, infatti, era sempre presente nelle selezioni dei 2 padrini dell'hip hop Kool Herc e Grandmaster Flash e nel corso degli anni la cosa si è tramandata, sia nelle selezioni dei dj attuali (anche perchè è uno dei brani simbolo della breakdance), sia nei campionamenti (l'ultimo è stato Nas che l'ha campionato per il brano Hip Hop is dead dove è presente anche il campionamento di un altro brano del disco "Bongo Rock": In A-Gadda-da-vida).

L'anno successivo Michael Viner ci riprova, utilizzando lo stesso metodo usato per creare "Bongo Rock", ossia sfruttando la disponibilità di vari artisti che si prestano al progetto.
Il risultato è "The Return Of Incredible Bongo Band" (Pride, 1974), che ha decisamente meno successo rispetto al primo, essendo un po' diverso, ma non per questo meno bello.
Il minor successo lo rende anche più raro rispetto a "Bongo Rock", ma non impossibile da reperire, anche in copia originale.

Non mancano le covers, tra cui cito Wipe Out (Surfaris), e (I Can't Get No) Satisfactions dei Rolling Stones, ma la traccia che personalmente vorrei segnalare è la splendida Sing Sing Sing,che potrebbe, per la sua atmosfera, far parte di qualche colonna sonora di un classico blaxploitation anni 70.
Stupendo anche il resto del disco, Topsy Part. I - II - III e Sharp Nine sono brani davvero notevoli.

La discografia degli Incredible Bongo Band, o meglio del progetto di Michael Viner si ferma qui. Non mancano vari best of o compilations dove sono presenti Bongo Rock o Apache che sono i 2 brani più importanti, ma il mio consiglio è, come sempre, cercare di reperire questi 2 capolavori che non devono mancare, specie per chi è appassionato del genere afro-funk.

Dj Danko.

27/12/09

CYMANDE



Band formatasi a Londra nel 1971, e composta da svariati membri: Ray King (voci e percussioni),
Pablo Gonsales (congas), Peter Serreo (sax tenore), Mike Rose (flauto e bonghi), Jimmy Lindsey (voci e percussioni), Steve Scipio (basso), Derek Jibbs (sax soprano), Joey Dee (voci e percussioni), Sam Kelly (batteria), Patrick Patterson (chitarra).
Il gruppo fu scoperto dal produttore inglese John Schroeder, che vide una loro esibizione live in un locale di Londra, e fu paricolarmente sorpreso dal loro modo di fondere generi come funk, soul, jazz, rock, blues, afro e calypso. I Cymande chiamano la loro musica NYAH-ROCK.
Il loro primo singolo The Message, uscì nel 1972 per la Janus Records (una divisione della più grossa Chess Records), e fu subito un grande successo, tant'è che il brano riuscì a piazzarsi al ventesimo posto della classifica Usa R&B.
Sulla cresta dell'onda venne rilasciato nello stesso anno il loro primo album dal titolo "Cymande", sempre per la Janus Records, un vero capolavoro di cui vorrei segnalare brani come Bra e Dove, oltre alla già mensionata The Message (questi brani tra l'altro sono stati utilizzati dal regista Spike Lee nelle colonne sonore dei suoi film "Crooklyn" e "La 25a Ora", oltre ad essere stati ultracampionati da produttori come Diamnd D)
Il successo fu ottimo, e la band cominciò a lavorare anche a New York, affiancando un artista di maggior spessore come Al Green nel suo tour. Suonarono in posti come il mitico Apollo Theatre e apparvero anche nella trasmissione televisiva Soul Train.
Il secondo album dal titolo "Second Time Round", rilasciato l'anno successivo nel 1973, sempre su Janus Records, pur seguendo le orme del primo, non raggiunge lo stesso successo, ma vorrei evidenziare tracce favolose come Genevieve, Fug e Bird.
Il loro terzo e ultimo lavoro sia per la Janus Records che per il periodo anni 70 è "Promised Heights" di cui è doveroso ricordarne il brano più significativo: Brothers On The Slide traccia inserita anche in numerose compilation dedicate a musica afro-funk.
Oltre a Btothers On The Slide non disdegnano brani come Changes, Breezeman e Losing Ground.
I Cymande rimarranno inoperosi dal punto di vista discografico sino al 1981, anno in cui esce "Arrival" per la Paul Winley Records. Lavoro che però rimarrà piuttosto nell'anonimato rispetto ai 3 lavori precedenti, ritenuti di gran lunga superiori.
La discografia ufficiale del gruppo si ferma qui, nonostante negli anni successivi usciranno svariati "best of" o compilation dedicate al gruppo, nonchè anche svariate ristampe dei loro brani migliori.
I Cymande rimangono uno dei gruppi di riferimento dell'afro-funk o comunque di band che, come i Mandrill o Osibisa, riescono a fondere svariati generi, naturalmente sono sicuro che i veri appassionati del genere conoscano già i Cymande, ma per chi ancora non ha avuto occasione di ascoltarli e si sta avvicinando ora al funk e a tutte le sue sfaccettature, il mio consiglio è quello di acquistare i loro primi 3 lavori.

Dj Danko









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