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10/10/12

SKULL SNAPS


Skull Snaps: una coppia di parole che merita di essere scolpita nella memoria di ciascuno di voi.
Sono parole che rappresentano la musica e la storia. Una storia fatta di anonimato, di ricerca e genialità.

Correva l’anno 1973. Il funk, il funk rock e il jazz rock erano padroni incontrastati della scena e il mondo iniziava ad attraversare un periodo di crisi economica nato dalle conseguenze del '68. E, come in tutti i periodi di crisi, l’attimo importante è il rimboccarsi le maniche e dare libero sfogo alla creazione artistica.
Skull Snaps in questo è un album feticcio dove originalità e creatività sono ampiamente dimostrate dalla costruzione che partendo dalla copertina - pazzesca!!! – arriva all’equilibrio delle 9 tracce, una più bella dell’altra. Il tutto rappresentato su un vinile della piccola casa discografica GSF.

Gli Skull Snaps nascono da una combinazione, sviluppatasi a più riprese, tra Samm Culley - basso e voce, Ervan Waters – chitarra e voce, George Bragg – batteria e voce, a cui in sede di registrazione si unirono i fratelli di Erwan al solo scopo di arricchire ulteriormente il sound della band. La formazione, però, trae origine dall’incontro e dall’amicizia tra Samm Culley ed Erwan Waters - nata nel periodo in cui gli stessi suonavano per i The Diplomates (un gruppo northern soul che ha pubblicato una serie di 45 giri di successo tra il 1963 ed il 1970 come Here’s A Hearth – 1964 o Accept Me - 1969) – e il batterista George Bragg.

L’incontro clou avvenne alla fine degli anni 60 quando i tre si ritrovarono a suonare in una jam session. Quel che ne venne fuori fu un’alchimia di suoni che li portò a decidere d’intraprendere una nuova esperienza. Nacque il progetto The Soul Three. I Soul Three avevano una caratteristica. Il loro sound, seppure composto da una formazione di trio sembrava prodotto da un gruppo ben più corposo. Il segreto era nella forte personalità che le voci, tra cori e cantato melodico, manifestavano inserendosi sui break di batteria fragorosi e le armoniche composte tra chitarra e basso. I Soul Three furono contrattualizzati da diversi locali di taglio minore nella zona del Queens ma non riuscirono a registrare alcun disco. Nel 1970 nacque l’esigenza di spostare il raggio d’azione della band dal Queens al Maryland senza perdere le piccole scritture e per salvare capre e cavoli si optò per un nuovo nome: The Skull Snaps.
Il nome della band, alquanto singolare, fu dovuto ad alcune dichiarazioni che il trio prese dai fans.
Alla fine dei concerti – racconta Samm Culley – gli veniva detto che il loro modo di suonare faceva sussultare e scattare i teschi più velocemente delle menti. Da qui: The Skull Snaps.

L’originalità del nome e la pienezza del suono della band attirarono l’attenzione di quelli che erano stati il produttore e l’arrangiatore dei successi dei The Diplomats – George Kerr e Bert Keynes – che contattarono la GSF e portarono – era la fine del 1972 – The Skull Snapps in sala di registrazione. L’album fu pronto in un mese, registrato in una sala a Somerville in via d’allestimento, e la sensazione che il sound prodotto fosse all’avanguardia rispetto ai tempi fu immediata.
Le nove tracce sono prova di uno straordinario affiatamento orchestrale, merito dell’arrangiamento e della partecipazione alla scrittura dei pezzi da parte di George Kerr, e danno vita ad uno dei più originali album funk della storia. All’interno, nel viaggio attraverso l’ascolto dei pezzi, ritroviamo il meglio di Ray Charles, dei Meters, dei Whatnauts, Escort e O’Jays, fusi in un gioco di voci batteria e chitarra STRAORDINARIO.

Pezzi come I’m Your Pimp o It’s A New Day non hanno bisogno di presentazione o di essere raccontati. La straordinarietà dei break e l’armonia delle voci li rendono unici. Di questa straordinarietà se ne sono resi conto artisti come Eric B. & Rakim, Guru, Dj Jazzy Jeff & The fresh Prince, Digable Planets, Dj Shadow, Rob Dougan, Black oon, The Prodigy e Ol’Dirty Bastard che hanno campionato i vari break prodotti da George Bragg.
 La band non ha prodotto altri dischi. Il successo non fu tale da guidarne la carriera verso altari e gloria e ciascuno di loro proseguì il lavoro di sessionista con altri gruppi. Samm Culley, ad esempio, si è ritrovato più volte nelle registrazioni di FatBack Band, Nick Ashford, Valery Simpson e altri. Sino al 2005, quando la band, su iniziativa della Record Aztec, si è riunita per una serie di tour finalizzati a promuovere la ristampa del mitico album.
Una curiosità. Prima di chiudere le registrazioni, il pezzo sul quale tutti avrebbero scommesso era I’m Falling Out Of Love.
 È stato il destino a scegliere It’s A New Day.
Buona Musica
Vincenzo Altini



15/05/10

L' universo funk e le sue stelle, THE S.O.U.L.


Se un giorno dovessi, per gioco, paragonare metaforicamente il genere Funk a un qualcosa di esteso quanto lui, questo sarebbe indubbiamente l’Universo, coi suoi meccanismi.

Paragone azzardato? Mi spiego meglio.

L’Universo è sì carico di pianeti e regole che noi conosciamo bene, ma anche da concetti ed elementi ancora da scoprire.

Poi l’Universo, cosi come la musica, contiene dei meccanismi, che si ripetono in modo ciclico da milioni di anni, ad esempio le rotazioni attorno al Sole.

Queste rotazioni della Terra attorno al Sole, ad esempio, potremmo paragonarle alla “moda”, che a intervalli regolari ci avvicina al Funk grazie alla musica moderna che tanto attinge dal genere in questione, ripescandone loops e breaks di batteria.

E ancora perché, cosi come nell’Universo ci sono dei punti di riferimenti a noi noti e importanti, quali la Luna, il Sole o altri pianeti, anche nel Funk ci sono dei punti di riferimento importanti e abbondantemente noti, di cui non possiamo farne a meno, e che certamente sono analizzati in modo più o meno profondo in qualche libro, passando dal trafiletto generico all’articolo approfondito se non al libro intero.

Quindi potremmo paragonare, ipotizzo, “il Sole” a “James Brown”, perché centro del nostro sistema solare e tutto gli ruota attorno, “la Luna” a “George Clinton” perché satellite della Terra (Funkadelic?), e così via giocando con i vari earth, wind & fire, kool & the gang ecc…

Ma l’Universo è vasto, talmente vasto che sarebbe davvero un peccato “limitarsi” a scoprire quello che, alla fine, è da sempre sotto i nostri occhi e ci circonda, e poi per davvero non siete attratti da quell’aura misteriosa che avvolge tutto quell’Universo a noi ancora “sconosciuto”?

Certo, si sa, non conoscere la Luna o il Sole è gravissimo, ma per quel che ne so io, è parecchio grave anche non conoscere il resto.

Così come l’Universo, anche il genere Funk è costellato (il termine è azzeccato) di pianeti minori e stelle che completano il maestoso spettacolo che esso rappresenta, un cielo illuminato solo dalla Luna è molto bello, certo, ma un cielo completamente stellato toglie il fiato, perché non ammetterlo.

La nostra missione quindi, da bravi astronomi (del funk), è quella di accompagnarvi in un viaggio alla scoperta dell’Universo (Funk) in tutto il suo splendore e totalità, non limitandoci solamente allo studio del nostro sistema solare, dei suoi pianeti e dei suoi meccanismi, bensì allargando forzatamente i confini imposti da chi ha paura di navigare nella vastità che questo genere musicale possiede.

Alcune cose le scopriremo assieme, altre le scoprirete grazie a noi o viceversa, ma questo non importa.

Quello che importa è la dedizione che ci metterete in questo viaggio che inizia ora, sappiatelo, per non finire mai più.

Come un vero e proprio viaggio alla scoperta dell’Universo.


Quindi iniziamo con una delle stelle più brillanti del funk, andiamo a conoscere gli S.O.U.L..

Nel Maggio del 1970 gli S.o.u.l. (acronimo di Sounds Of Unity and Love), quattro giovani musicisti originari di Cleveland (Ohio), parteciparono ad una gara tra band emergenti, organizzata dall’emittente WHK e dall’etichetta Musicor, con un premio che consisteva in un assegno di 1000 dollari e in un contratto discografico con la suddetta etichetta.

Il loro talento li promosse a miglior band del concorso, facendogli guadagnare il contratto che li portò alla registrazione del loro primo singolo “Down in the ghetto” (Musicor, 1970), superando, in fatto di vendite a livello regionale, le aspettative della stessa Musicor.

Dopo aver registrato, quindi, un secondo altrettanto fortunato singolo, Burning Spear (Musicor, 1970), i ragazzi furono invitati a New York per registrare un intero album; What It is (Musicor, 1971).

L’album entra sorprendentemente nei Top 40 della classifica degli album soul, confermandone la versatilità musicale, che passa dal soul al funk più duro, strizzando l’occhio persino al jazz.

What It Is diventa quindi un lavoro importante per il funk, nonostante ben cinque tracce su sette siano cover, il loro album contiene alcuni dei brani più infuocati che il genere stesso ricordi, ossia “Burning Spear” e “S.O.U.L.”, carichi di un groove davvero impareggiabile, con lunghi breaks di batteria e flauto, che fanno di questo disco un cimelio, estremamente ricercato soprattutto sul mercato europeo, e la cui irreperibilità (e appetibilità…) riguardo l’originale, lo classifica tra i dischi più rari e ricercati che il funk possa gelosamente custodire, coi suoi 300€ (variabili) di valutazione per una copia in buono stato.

I fondatori del gruppo sono Walter Winston, chitarrista, Gus Hawkins, Sassofonista/flautista, Paul Stubblefield, batterista e secondo cantante e Lee Lovelett, voce leader e bassista che, con questa formazione, hanno dato il via alla loro carriera musicale, per poi variare alcuni membri nei lavori successivi.

Nel loro secondo album infatti, “Can You Feel It”(Musicor, 1972), si aggiunge ufficialmente un quinto elemento, Larry Hancock, all’organo e voci principali, mentre Clayton Ellis (piano) e Steve Feldman (piano e percussioni) come turnisti in alcuni brani.

La loro maturità artistica si svela sin dalle prime note del secondo album.

La title track “Can You Feel It” si rivela essere appena l’inizio di un disco pienamente carico di soul, anche più del precedente, approvandoli e facendoli apprezzare per la loro particolare destrezza nel mescolare i generi in maniera più omogenea e pulita.

Il 1973, però, non porta buone prospettive per gli S.o.u.l., infatti Walter Winston lascia il gruppo, così come Gus Hawkins che torna dedicarsi alla medicina, e vengono sostituiti dal chitarrista Bernard “Beloyd” Taylor che, assieme alla restante parte, sforna un paio di singoli su 45 giri, sempre sotto il nome S.o.u.l., ovvero il successo northen soul “This Time Around” e “The Jones”, che rispettivamente raggiunsero la Top 50 della classifica r’n’b, e la Top 100, rimanendoci per ben dieci settimane.

Subito dopo, il gruppo si scioglie definitivamente, poco prima di iniziare a concretizzare il terzo album.

Le loro strade prendono direzioni dissimili e, chi più chi meno, riesce nell’intento di lasciare la propria impronta nella black music.

Di sicuro la sua impronta indelebile la lascia Bernard “Beloyd” Taylor, che nel 1976 scrive per gli Earth, Wind & Fire la stratosferica “Getaway”, successo a livello mondiale, di certo tra i brani funk più famosi in assoluto.

Ma il poco fatto dagli S.o.u.l. ha comunque il suo peso.

I loro unici due dischi, infatti, non dovrebbero assolutamente mancare nella collezione di un amante della musica nera, e a sostegno di questo, i loro album, portati in auge dai dj’s che li hanno “riscoperti” e inseriti in numerose compilations di settore, sono stati ristampati su vinile e su un cd che li raccoglie entrambi (per l’etichetta BGP) ad un prezzo sicuramente più abbordabile e umano degli album originali.

Certo, loro non hanno la fama di aver reso famoso e commerciabile il genere funk nel mondo, ma va sicuramente il merito di aver aggiunto, con la loro musica, un’altra sfavillante stella nella volta celeste del funk.

E quindi uscimmo a riveder le stelle… con una stella in più stavolta.



Dj Argento



16/03/10

BLACK HEAT



E' molto frequente, nella storia della musica, la presenza di artisti e band che nella loro carriera hanno fatto pochissimo, ma la loro, se pur breve, discografia è inversamente proporzionale alla qualità delle loro musiche che lasciano dei solchi indelebili e arrivano con un eco potentissimo ai giorni nostri. Ne sono un esempio proprio i "Magnum" (di cui Black Vibrations vi ha già parlato): un disco nella loro storia, una discreta casa discografica, ma dei brani che ancora oggi fanno rizzare i capelli.
Stessa cosa vale per i Black Heat che però, a differenza dei Magnum, hanno avuto qualche possibilità in più:
la loro discografia è formata da 3 album, davvero molto belli, e soprattutto la loro casa discografica era una certa Atlantic Records, che evidentemente sarà stata sfruttata male dai Black Heat stessi, oppure l' etichetta non ha puntato più di tanto sulla band.
Sta di fatto che, come detto prima, hanno all'attivo solo 3 album, ma che album!!

Formati da Johnell Gray (voce, tastiere e organo), Bradley Owens (voce e chitarra), Chip Jones (voce e basso), King Raymond Green (congas percussioni, voce, nonchè anche fondatore della band), Esco Cromer (batteria), Ray Thompson (fiati) e Rodney Edwards (tromba), il loro suono è un mix tra il funk di New Orleans e quello di New York.

Il loro primo lavoro dal titolo "Black Heat" esce nel 1972 per la su citata Atlantic Records, dieci tracce davvero notevoli di cui alcune strumentali e altre vocali. Il funk è tirato e potente con chitarre, sessioni di organo, e fiati da paura. Brani come The Jungle, Barbara's Mood, Chicken Heads meritano davvero attenzione, ma tutto il lavoro in generale è formidabile!
Da segnalare anche la partecipazione del sassofonista David Newman, che non è un componente della band, nelle ultime due tracce.
Cosa molto interessante di questo lp, che puo' piacere e non (a me piace tantissimo) è la particolarità del suono sporco tipico del funk delle etichette indipendenti e inusuale per una casa discografica come la Atlantic.

Due anni più tardi i Black Heat sfornano "No Time To Burn" (1974 Atlantic Records), che già dalla copertina si presenta in modo egregio. Il contenuto, poi, per molti, è addirittura considerato migliore di quello del loro primo disco, secondo me stiamo sullo stesso livello, ossia altissimo. Da notare una leggera spruzzata di afro-funk durante alcuni momenti del disco e la presenza di alcune cover come Love The Life You Live dei Kool & The Gang davvero ben fatte.
Evidenziamo poi la title track No Time To Burn e You Should've Listened, ma soprattutto segnalo la lenta ed elegantissima Check It All Out un brano da sentire e risentire.

L'anno successivo, purtroppo, esce l'ultimo lavoro del gruppo dal titolo "Keep On Runnin'" (1975 Atlantic), anche qui la copertina è davvero bella e simpatica e la musica è altrettanto. Il brano che la fa da padrone è Zimba Ku (campionato da Biz Markie e damoltisimi altri artisti rap) con il suo breve ma conciso break di batteria iniziale. Anche in questo lavoro si può percepire dell'afro-funk, il tutto contornato dall' ottimo organo di Johnell Gray. Gli altri brani da segnalare sono sicuramente la title track Keep On Runnin', e la funky version di Drive My Car (di Lennon e McCartney).

Concludo soffermandomi sul fatto che, proprio perchè questi gruppi hanno avuto vita breve, nel caso dei Black Heat di soli 3 anni, non è facile reperire aneddoti o notizie riguardo la storia e la vita del gruppo. Fatto sta che noi di Black Vibrations sentiamo l'obbligo di far conoscere queste realtà attive negli anni 70 che non hanno avuto la giusta attenzione. Eh si perchè sono convinto che gli amanti dei Kool & The Gang o della Fatback Band ascoltando i 3 lavori su citati non potranno fare a meno di amare anche i Black Heat. Fidatevi.

Dj Danko.


04/02/10

MAGNUM - Fully Loaded


Benvenuti all’ennesimo capitolo Black Vibrations firmato dal sottoscritto, spero mi possiate perdonare per la lunga assenza…
Ad ogni modo non mi perdo in futili chiacchiere e vado ad iniziare.
Questo capitolo, seppur breve, lo dedico ad un disco in particolare, considerato da molti collezionisti una vera pietra rara, sto parlando dei Magnum e della loro unica fatica, il capolavoro “Fully Loaded”.
Pubblicato originariamente nel 1974 su etichetta The Phoenix, questa gemma del deep funk deve la sua rinascita proprio ai dj e ai collezionisti che, grazie alle loro costanti ricerche e alla loro dedizione nello scoprire nuovi capolavori dimenticati, ne hanno ridato alla luce lo splendore, facendolo riecheggiare a distanza di anni dal concepimento e portandolo all’attenzione degli appassionati del genere.
Non a caso, infatti, la traccia principale del disco dal titolo “Evolution”, è dapprima comparsa su una compilation stampata dalla Luv’N Height e poi, anni dopo, inclusa nella leggendaria raccolta “Pulp Fusion”, che ne ha addirittura dedicato i titoli di diversi volumi, appunto “Pulp Fusion – Evolution”, “Pulp Fusion – Magnum” e “Pulp Fusion – Fully Loaded”.
La copertina del disco può trarre in inganno, ricordando graficamente più una colonna sonora blaxploitation che un vero e proprio album.


Questo disco rappresenta l’unica incisione del gruppo, californiano, formato da ben otto elementi tra cui i fratelli Greene (Michael e Harold), da Kevin Thornton alla chitarra ritmica, da David Sutton alle batterie, da Vance Wormley al trombone, organo, piano e percussioni, da Thurron Mallory al sax tenore e alle percussioni elettriche, da George Chaney alle congas e ai bonghi e da Lamont Payne alle trombe e percussioni.

La piccola singolarità, davvero straordinaria, di questo disco è che è stato quasi totalmente (ben sei tracce su sette…) arrangiato da Michael Greene, leader del gruppo, che all’epoca della registrazione aveva solo 16 anni!!

Sua anche la voce principale presente nelle varie tracce, compresa “Evolution”, la vera hit del disco.

Il sound poderoso che scaturisce dall’ensemble di questi otto giovani musicisti parla da se.

Si parte dal funk più profondo e puro che attraversa tutto il disco, fino a toccare punte di rovente black rock e di rock psichedelico, sfiorando anche il funky-jazz venato di latin nel pezzo “Witch Doctor’s Brew”, il tutto dosato in modo perfetto ed elegante.


Il disco non ha lacune e non contiene tracce da considerarsi “minutaggio” di poco conto, è tutto da gustare, e vien facile da pensare che sia sopravvissuto all’oblio grazie soprattutto al suo indubbio valore artistico.

E proprio a questo hanno pensato le etichette (e ora anche Itunes!) che lo hanno ristampato su vinile e cd, per rendere questo diamante alla portata di tutti e di tutte le tasche.

Già, perché se desiderate una copia originale di questa perla, dovrete anche essere disposti a sborsare (a seconda delle condizioni e dell’affluenza all’asta…) dai 200 ai 300 euro!! Si, avete letto bene. Chiaramente, prima di fare acquisti incauti, toglietevi il dubbio di non incappare in una delle poche copie difettate esistenti, con un fastidioso fruscio lungo tutto il disco. Le copie più costose sono quelle con l’audio intatto.

I semplici appassionati troveranno sicuramente più comodo ed economico acquistarlo su cd, senza doverselo sgomitare con altri 10 collezionisti accaniti e col portafogli pieno.

Non vi resta che cercarlo e ascoltarlo.

Che il Funk sia con voi….


Dj Argento




05/01/10

LYN COLLINS



Ribattezzata "Female Preacher", riesce ad essere al fianco del re della musica, James Brown, nei suoi anni d'oro.
La piccola Gloria Lavern Collins (il vero nome) nasce il 2 Giugno del 1948 ed inizia ad affermarsi subito nell'ambito musicale tant'è che a 14 anni incide già il suo primo brano dal titolo Unlucky Love.
Fortuna vuole che nei primi anni '70 Vicki Anderson, corista di James Brown, viene nuovamente allontanata dalla band e, come sostituta, la scelta del grande padrino del soul cade proprio sulla ormai matura Lyn Collins.
La fiducia del grande capo James viene ricambiata da Lyn attraverso prestazioni vocali degne di nota, tant'è che la ragazza merita, secondo JB, anche di uscire con lavori solisti.
Il primo singolo che le produce infatti è Me And My Baby Got A Good Thing Going nel 1972 per la People Records / Polydor.

Il vero regalo di James Brown, però, arriverà poco dopo: le produce l'album "Think (About It)" sempre nel 1972 per la People Records / Polydor, ed è un album fantastico, destinato a rimanere tra i piani alti della classifica degli album che hanno fatto la storia del funk di tutti i tempi, specie per il singolo che da il nome all'album stesso: Think (About It), un brano che vanta, oltre la presenza del Godfather, anche breaks di batteria potentissimi.
Non oso immaginare quante migliaia di breakers ci hanno danzato sù, e non oso elencarvi quanti produttori l'hanno campionata, perchè sono tantissimi, vi cito quello più storico e potente secondo me It Takes Two di Rob-Base & Dj E-Z Rock.
Un'altra perla del disco è la versione del brano di Bill Withers Ain't No Sunshine. Secondo me anche lo stesso James Brown avrà sudato quando ha ascoltato la registrazione di Lyn. Un'interpretazione da brividi che farebbe arrizzare i capelli anche ad un calvo.

Nel 1973 esce il singolo Mama Feelgood sempre per la stessa etichetta e sempre prodotta da Mr. Brown. Un'esplosione di funk che finirà nella colonna sonora di "Black Caesar" curata da James stesso.

Nel 1975 uscirà il suo secondo ed ultimo album solista "Check Me Out If You Don't Know Me By Now", un disco più pacato rispetto al primo ma che contiene l'esplosiva Rock Me Again & Again & Again & Again... e la soul bomb Put It On The Line, oltre ad una ottima versione del brano If You Don't Know Me By Now di Harold Melvin & The Blue Notes.
Negli anni 80 e 90 Lyn Collins gira il mondo con suoi tour e specialmente partecipa a numerosi festival dedicati alla black music e al funk.
Ed è proprio ad un mese di distanza dalla sua tournè europea di febbraio 2005, più precisamente il 13 Marzo 2005, alla giovane età di 56 anni, che Lyn Collins si spegne.

Si spegne fisicamente.
Perchè ogni qualvolta si appoggia la puntina su quel vinile...
...lei sembra essere li vicino a te....
...e dice:

Hey, fellas
I'm talking to you, you and you too
Do you guys know who I'm talking to

Those of you who go out and stay
Out all night and half the next day
And expect us to be home
When you get there

But let me tell you something
The sisters aren't going for that no more
Cause we realize two things
That you aren't doing anything for
We can do better by ourselves

So from now on, we gonna use
What we got to get what we want

So, you'd better think, Think!!!

Dj Danko.



27/12/09

CYMANDE



Band formatasi a Londra nel 1971, e composta da svariati membri: Ray King (voci e percussioni),
Pablo Gonsales (congas), Peter Serreo (sax tenore), Mike Rose (flauto e bonghi), Jimmy Lindsey (voci e percussioni), Steve Scipio (basso), Derek Jibbs (sax soprano), Joey Dee (voci e percussioni), Sam Kelly (batteria), Patrick Patterson (chitarra).
Il gruppo fu scoperto dal produttore inglese John Schroeder, che vide una loro esibizione live in un locale di Londra, e fu paricolarmente sorpreso dal loro modo di fondere generi come funk, soul, jazz, rock, blues, afro e calypso. I Cymande chiamano la loro musica NYAH-ROCK.
Il loro primo singolo The Message, uscì nel 1972 per la Janus Records (una divisione della più grossa Chess Records), e fu subito un grande successo, tant'è che il brano riuscì a piazzarsi al ventesimo posto della classifica Usa R&B.
Sulla cresta dell'onda venne rilasciato nello stesso anno il loro primo album dal titolo "Cymande", sempre per la Janus Records, un vero capolavoro di cui vorrei segnalare brani come Bra e Dove, oltre alla già mensionata The Message (questi brani tra l'altro sono stati utilizzati dal regista Spike Lee nelle colonne sonore dei suoi film "Crooklyn" e "La 25a Ora", oltre ad essere stati ultracampionati da produttori come Diamnd D)
Il successo fu ottimo, e la band cominciò a lavorare anche a New York, affiancando un artista di maggior spessore come Al Green nel suo tour. Suonarono in posti come il mitico Apollo Theatre e apparvero anche nella trasmissione televisiva Soul Train.
Il secondo album dal titolo "Second Time Round", rilasciato l'anno successivo nel 1973, sempre su Janus Records, pur seguendo le orme del primo, non raggiunge lo stesso successo, ma vorrei evidenziare tracce favolose come Genevieve, Fug e Bird.
Il loro terzo e ultimo lavoro sia per la Janus Records che per il periodo anni 70 è "Promised Heights" di cui è doveroso ricordarne il brano più significativo: Brothers On The Slide traccia inserita anche in numerose compilation dedicate a musica afro-funk.
Oltre a Btothers On The Slide non disdegnano brani come Changes, Breezeman e Losing Ground.
I Cymande rimarranno inoperosi dal punto di vista discografico sino al 1981, anno in cui esce "Arrival" per la Paul Winley Records. Lavoro che però rimarrà piuttosto nell'anonimato rispetto ai 3 lavori precedenti, ritenuti di gran lunga superiori.
La discografia ufficiale del gruppo si ferma qui, nonostante negli anni successivi usciranno svariati "best of" o compilation dedicate al gruppo, nonchè anche svariate ristampe dei loro brani migliori.
I Cymande rimangono uno dei gruppi di riferimento dell'afro-funk o comunque di band che, come i Mandrill o Osibisa, riescono a fondere svariati generi, naturalmente sono sicuro che i veri appassionati del genere conoscano già i Cymande, ma per chi ancora non ha avuto occasione di ascoltarli e si sta avvicinando ora al funk e a tutte le sue sfaccettature, il mio consiglio è quello di acquistare i loro primi 3 lavori.

Dj Danko









07/12/09

FABULOUS COUNTS / COUNTS




Oltre a prendere in considerazione i grandi della musica nera, noi di Black Vibrations abbiamo come obiettivo quello di diffondere anche la storia di gruppi che, meno conosciuti o per lo più conosciuti da fanatici e collezionisti, hanno creato perle che obbligatoriamente ci sentiamo di evidenziare e che naturalmente hanno contribuito alla storia della black music.
E' il caso dei Fabulous Counts, originari di Detroit, nati artisticamente nel 1968 e composti da Mose Davis (organo), Demo Cates (sax), Leroy Emanuel (chitarra), Andrew Gibson (batteria), Raoul Keith magnum (percussioni), Jim White (sax tenore).
Il loro primo singolo Jan Jan viene stampato su 45 giri per la Moira records nel 1969, ed è puro funk. Un brano molto ricercato dai collezionisti tutt'oggi e che all'epoca entrò persino nella classifica R'n'B e ci rimase per 5 settimane. Grant green ne fece persino una cover nell' LP "Live at the Lighthouse". La b-side del 45 giri è The Girl From Kenya"
Il secondo 45 giri che stampano sempre per la Moira nel 1969 è ancora più raro e contiene i brani Dirty Red e Scrambled Eggs. Il primo segue le orme di Jan Jan, mentre il secondo vede come protagonista l'organo di Mose Davis.
Inevitabile per loro stampare un LP dal titolo appunto "Jan Jan" per la Cotillion Records, che contiene i brani dei loro primi due 45 giri nella loro forma originale, tranne per il brano The Girl From Kenya di cui viene fatta una versione alternativa. Le restanti tracce, invece, sono cover di brani come It's A Man's, Man's, Man's World di James Brown in una versione hammond da paura, Sing A Simple Song di Sly & The Family Stone, un'interessante versione di Hey Jude, Soulful Strut degli Young Holt Unlimited e Who's Making Love di Johnny Taylor. Le tracce inedite, invece, sono The Bite e The Other Thing.
L'album "Jan Jan" è ancora oggi una chicca di cui tutti i collezionisti del genere funk sono costantemente a caccia, non essendo semplice reperirlo, anche se con l'arrivo di internet e di e-bay, il tutto si è ridimensionato. Il costo dell'LP originale può andare dai 50 ai 100 euro e forse più, dipende naturalmente dalle condizioni del vinile.
Il 1970 vede l'uscita del terzo 45 giri del gruppo, i brani sono Get Down People, che rimane il classifica per 9 settimane di fila, e ha un groove funk da paura, e la veloce Lunar Funk (che piacerà sicuramente ai breakers).
Nel 1971 decidono di togliere il "Fabulous" dal loro nome, rimanendo semplicemente "The Counts" e stampano un'altro LP: "What's Front From That-Counts". Una perla funk bellissima dalla prima all'ultima traccia che non puo' assolutamente mancare negli scaffali dei collezionisti, e di cui vengono campionate, per esempio, le tracce Bills dagli IAM per il brano Chez Le Mac, e Pack Of Lies da Snoop Dogg per il brano Who Am I?.
I successivi album "Love Sign" (1973, Aware) e "Funk Pump" (1974, Aware), pur essendo molto belli, lasciano il segno in maniera minore e sono facilmente reperibili dai fanatici drogati di vinili originali, oltre ad essere stati già stracampionati.
Oggi, Mose Davis, continua a suonare jazz con il suo Mose Davis Trio, Leroy Emanuel suona funk nel gruppo LMT Connection in Canada, mentre Demo Cates è diventato un attore/cantante.

Dj Danko




11/11/09

THE METERS




Band di 4 elementi, originaria di New Orleans, costituitasi nella metà degli anni ’60 e formata da Aaroon Neville, Leo Nocentelli, George Porter Jr. e Joseph “Zigaboo” Modelliste. Scoperti e prodotti dal talento di Allen Touissant, i Meters iniziano il percorso di musicisti in un primo momento come turnisti (dello stesso Touissant e anche di quel genio di Lee Dorsey), poi, usciti dalla penombra degli studi, tra il 1967 e il 1969 registrano 4 singoli, “Sophisticated Cissy” “Cissy Strut” “Ease Back” e “Look Ka Py Py”, balzati nella Top Ten di vendita dei singoli R’n’B. A seguito del successo ottenuto con i singoli in questione, nello stesso anno pubblicano un’ intero album che include i 45 giri registrati in quel periodo e non solo (tranne Look Ka Py Py di cui fecero un’album a parte). Nasce così “the Meters”, una pietra miliare del funk. Un disco pieno zeppo di groove ruvidi e bassi pulsanti. Pubblicato su etichetta “Josie”, sussidiaria della più grande etichetta canadese Jubilee, The Meters rappresenta l’inizio di una serie di album che getteranno le fondamenta per quel genere musicale chiamato funk. Di li in poi i Meters sforneranno successi che li faranno entrare nell’olimpo dei pionieri della black music, confezionando perle rare, ultracampionate e ricercatissime dai collezionisti di tutto il mondo. Brani come “Handclapping song” o “Chicken Strutt”, o non da meno “Look Ka Py Py” sono tutt’ora dei pezzi che riescono a far muovere la testa anche agli elementi più ingessati. La forza della ritmica possente e incessante di “Zigaboo”, ha fatto da spartiacque tra il sound soul più classico e l’R’n’B più danzereccio, riuscendo a influenzare musicisti che ne trarranno più fortuna di loro, su tutti Booker T & the MG’s. Dopo l’abbandono della etichetta “Josie” che li aveva lanciati sul mercato nazionale, pur affidandosi alla più famosa e importante etichetta “Warner/Reprise”, i Meters non riescono a realizzare più nulla di clamoroso come i loro primi 3 album su Josie, pur riuscendo a confezionare delle chicche immortali anche per la loro nuova etichetta, su tutti il brano “just kissed my baby” campionato dai Public Enemy per il brano “Public Enemy N°1”, e non solo da loro.
Anche loro in seguito sono caduti nell’errore/orrore della “disco music” con “New Direction” e “Trick Bag”, di conseguenza il loro carisma funky degenera, condannandoli allo scioglimento dopo 12 anni insieme e 10 album in studio, nel 1979. Alcuni anni dopo i fratelli Neville (Art e Aaroon) formano il gruppo “Neville brothers” senza però riuscire a lasciare il segno. Nel 2000, dopo ripetuti concerti insieme i nuovi “the Funky Meters” decidono di ricucire il gruppo, toccando una serie di date in tutto il mondo, tra cui anche in Italia, con più grinta di prima.
I dischi dei Meters sono pietre rare di cui è importante collezionarne solo gli originali, come tutti gli altri dischi del genere d’altronde, ma per chi non volesse spendere molti soldi per gli originali, esistono comunque delle ottime raccolte a poco prezzo. Il valore degli originali invece varia dai 60 euro (per dischi in condizioni mint, ovvero praticamente nuovi) fino ai 160/180 euro (sempre in condizioni mint) per dischi come “Struttin” e “Look Ka Py Py” i 2 più rari della loro discografia. Ma le regole di ebay sono variabili, e potrebbe arrivare la “botta de culo” di acquistare una splendida copia di “Struttin” a 80 euro, o di “Look Ka Py Py” a 40 euro (…come è capitato a me).

Dj Argento.




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