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16/02/12

JOHN COLTRANE - A Love Supreme



Voglio raccontarvi una storia d’amore. Una storia durata diciotto anni di un amore che ha condizionato una vita... un amore nato da un sogno e ripresentatosi in un sogno e destinato ad esistere per sempre.
Volendo una storia di questo genere, si potrebbe raccontarla in due parole o si potrebbe descriverne i passaggi di pensieri e di emozioni che hanno condizionato la vita di chi l’ha vissuta. Volendo, si potrebbe lasciare il lettore libero di vivere il trasporto dei protagonisti immaginando di essere uno di loro. Oppure si potrebbe consigliare di lasciarsi trasportare dal groviglio di parole, immagini evocative e musica, dicendo al lettore che la storia che si sta raccontando è una storia di suoni e musica. Di solito queste storie in cui musica e immagini e azioni e vita si fondono sono le storie che piacciono a chi scrive.
Facciamo così, iniziamo con un colpo di GONG, giusto per attirare l’attenzione. Poi attacchiamo con una fanfara e lasciamo che la musica reciti la sua parte…

Coltrane era una persona mite, quasi silenziosa e timida. Una persona che nella vita ha avuto momenti di alti e bassi e un’unica immutata costante: la ricerca. In alcuni frangenti questa ricerca era finalizzata a se stessa, con Coltrane piegato in due su libri di filosofia e di matematica. In altri momenti si manifestava forte e luminosa donandogli energia da investire in altra ricerca. Ma alti e bassi, luce e buio restavano costanti.
Il mondo di Coltrane era misurato da passione e dedizione, da forza e coraggio e dalla necessità di risposte. Tutto nel suono del suo sax. Era lì che si svolgeva la ricerca. Era da lì che partivano le domande. Domande senza risposte che generavano altre domande.
Perché tutto questo? Perchè questa forma di autodistruzione?
Droga e dolore. Morte di amici. Il sax venduto e ricomprato. I ritardi alle prove. La voglia di non suonare. La voglia di sprigionare note. Tutto si manifestava nel suo sax, in quello strumento lucido che sparava note nella notte. Un suono perfetto, una tecnica sopraffina capace di generare suoni che generano suoni, che si avvolgono su se stessi e rischiano di far crollare, per stanchezza, l’ascoltatore. Non era facile governare Coltrane in un ensable, in un combo. Non era facile stargli dietro nella vita.
Ci hanno provato in molti. Non c’è riuscito nessuno. Anzi, solo UNO.
Nel 1946, durante il servizio militare in marina, Coltrane ha una visione che non sa spiegarsi e che non riesce a raccontare. Ecco la sua ricerca: cos’era? Chi era? Perché a lui? Sino al 1957, anno in cui esce definitivamente dal tunnel della droga, nella sua vita c’è solo instabilità. Il 1957 - dirà Coltrane - è stato l’anno in cui tutto è cambiato. All’improvviso la sua musica ha iniziato ad avere un fine, la sua ricerca un indirizzo, le sue mani e le sue labbra, su tasti ed ance del sax, un motivo.
Nel periodo in cui il jazz si trasformava dal fragore scenico dei soli del be bop nella cura orchestrale del cool e dell’hard bop, la fiumana di note che il sax tenore di Coltrane produceva non piaceva. Dal 1957 in poi, invece, le cose cambiano e le tante note iniziano ad avere un senso. La musica cambia.
Iniziano i primi approcci al jazz modale e la ricerca di quella nota perfetta che si colloca nel punto di pausa tra due note. È una ricerca meditata, lieve, timida e definita, corroborata da letture, da viaggi, da passione e preghiere. Inizia a farsi strada la prima convinzione: la musica è lo strumento che pacifica il mondo. Il solo mezzo in grado di trasmettere e comunicare in modo univoco, ovunque, quello che accomuna popoli e culture.
Perché questa capacità della musica? Perché la musica è nata con l’uomo. La prima cosa che l’uomo ha fatto, inconsapevolmente, è stato produrre un suono. L’uomo e la musica nascono da DIO.

Con la Impulse! Coltrane ha un rapporto eccezionale. Registra e vive in sala di registrazione. In poco tempo diventa l’artista di punta, quello che indirizza le scelte della casa discografica, quello che attira altri musicisti. Ha carta bianca e piena libertà di entrare ed uscire dalla sala di registrazione e di trascorrerci tutto il tempo che vuole. In una seduta, mentre Ray Charles registra Jenius + Soul = Jazz i due grandi vengono a contatto: Coltrane chiede di usare la sala di registrazione occupata da Ray. L’esito fu che Ray lasciò la sala e non incise più nulla con la Impulse!
In realtà l’investimento della Impulse! con Coltrane fu diretto ad attirare quella fascia di popolazione studentesca, bianca e nera (la Corte Suprema aveva da pochi anni emesso al sentenza di abolizione della segregazione nelle scuole americane), coinvolta nelle passioni giovanili che andavano dal beat e alla tendenza al ritorno alle origini africane, che era affascinata dalla musica di Coltrane e da quanto fatto per Giant Steps (Atlantic 1959).
Fu Africa Brass, il primo straordinario disco registrato da Coltrane per la Impulse! (1961). Il disco fu registrato in quintetto, con il sostegno di una big band per un totale di 21 musicisti, e gli arrangiamenti di Eric Dolphy e McCoy Tyner. Il brano di lancio fu Greensleeves, una ballata folk inglese su cui Coltrane inserì una serie di scale e note e variazioni tonali di 3 in 3, così come aveva fatto per My Favourite Things. Il concetto che si faceva largo e presa (anche se il disco non superò la soglia delle 30000 copie vendute) era quello sempre propugnato da Coltrane: la musica del mondo come momento di unione dei popoli. La musica del mondo che si esprime nell’inserimento di note e variazioni che, seppur di provenienza differente rispetto al territorio che ha prodotto il pezzo, non ne cambiano il significato arricchendolo, invece, e completandolo.
La discografia completa è complessa da catalogare e descrivere. Coltrane viveva in sala di registrazione cercando quella nota che poteva far scaturire l’unione degli uomini ed essere il principio del ringraziamento a DIO.
Seguirono Impression (1961), Coltrane (1962), Ballads (1962) John Coltrane and Johnny Hartman (1963) Newport ’63 (1963), Crescent (1964) e molte registrazioni in live.
Nel frattempo, mentre cresceva la sua fama di grande compositore ed interprete, Coltrane continuava ricerche e studi. Pian piano l’immagine della visione che tanto l’aveva tormentato si schiariva sempre di più e ringraziava Dio per il talento che gli aveva dato. Il suo miglior ringraziamento era la sua stessa dedizione alla musica, alla sua missione.
La tecnica continuava a migliorarsi e la sua abilità era avanti per i tempi. Le sue mani volavano sui tasti creando vortici di note che lasciavano l’ascoltatore sotto shock. Questa straordinaria abilità era un dono di DIO e doveva essere rispettato, migliorato, finalizzato a qualcosa di unico. Coltrane era arrivato a concepire la sua musica come un’estensione del proprio sentimento religioso, che tendeva sempre più verso una specie di religione universale.
Negli anni che erano passati da quella visione del 1946 non sempre il dono era stato rispettato anzi, i tempi erano trascorsi anche oltraggiando DIO durante il periodo che Coltrane trascorse drogandosi e vendendo arte per comprare droga.
Tutto gli fu chiaro nel 1964.
Alice Coltrane dice che nuovamente, sul finire di agosto di quell’anno, rivisse la stessa visione mistica del 1946 con una consapevolezza diversa.

Che cos’è A LOVE SUPREME? Una messa suonata. Un approccio con il divino come non c’era mai stato. Un passo per ringraziare DIO. Un modo per dire al mondo intero che la musica è lo strumento di DIO.
Ora, si può ringraziare Dio per l’amore che ci ha dato. Si può ringraziarlo per l’amore che si ha nei suoi confronti. Si può ringraziare un amore con un nomignolo – So What – o dedicargli tutto ciò che si ha.
Coltrane è cresciuto con un inferno dentro. Ha vissuto di preghiere e di musica. Ha creduto in DIO e l’ha cercato ovunque sino a ritrovarlo in ciò che aveva da sempre: il suo talento, la sua musica.
Nella sua visione di DIO, Coltrane vede una forza che tutto governa e tutto comanda. La forza che gli ha donato il talento e che gli ha fatto provare il dolore degli anni bui e la gioia e la luce degli anni belli.
Come fare per ringraziarlo?
Con un disco. Uno dei dischi più importanti della storia della musica.

A LOVE SUPREME, inizia con un suono di GONG, per attirare l’attenzione.
Poi una fanfara, breve, suonata dal sax di Coltrane. Serve ad anticipare il messaggio che segue, una sorta di richiamo alla preghiera, alla recitazione verso DIO. Provate a cantare A LOVE SUPREME, a ripetere più e più volte quelle parole. Provate, vi accorgerete di seguire il basso di Garrison che ripete sillaba per sillaba A LO VE SU PRE ME. Le sillabe, le note ripetute dal basso costituiscono una frase di base del blues a cui segue il sottofondo dei tamburi e piatti ed il piano. Poi Coltrane entra nuovamente e cambiano le scene. La frase ripetuta è più complessa, entrano nuove note, nuovi accordi quasi in una cadenza casuale di tasti. Poi la voce di Coltrane che per 19 volte recita “A love supreme… a love supreme…”

La sequenza di registrazione può essere considerata una delle più importanti della storia della musica.
Acknoledgement, Resolution, Pursance e Psalm, le quattro parti che compongono il disco, sono universalmente indicate come un cantico religioso, un halleluja suonato a più voci, che ringraziano per tutto l’amore supremo che gli è stato donato.

La realtà è indubbiamente quella.
Coltrane ringraziò DIO per tutto l’amore che gli era stato donato.
Bob Thiele, il produttore, affermò che Coltrane era entrato in sala di registrazione con solo dei bozzetti su cui, poi, si sarebbero sviluppati i temi con l’ausilio dell’improvvisazione. Il modo migliore per essere più vicini a DIO è lasciare che DIO esprima la sua musica. In questo modo il musicista è uno strumento ed i suoni diventano la voce di DIO.
Così fu.
A Love Supreme contiene pochi spunti melodici, tutti lasciati all'ostinata ripetizione della frase portante. Pochissimi spunti in cui i musicisti che interpretano la musica del mondo sono uniti nell’amore e nella dedizione a DIO. E’ il segnale dell’unità degli uomini nell’amore di DIO. Nel disco si trovano elementi base di musica globale, suoni e ritmiche e strutture di varia provenienza. L'ascolto, seppur colto ed attento, non riesce ad individuare l'area geografica di provenienza. Ci sono i suoni e la musica del mondo ed i concetti chiave delle forme di preghiera di tutte le religioni del mondo e ogni cosa si unisce nel canto di preghiera verso l'UNO, unico vero DIO che tutto governa e può.

A Love Supreme è considerato tra le più importanti incisioni di tutti i tempi.
Il manoscritto originale del disco è custodito come patrimonio della storia culturale americana allo Smithsonian Institute.

Musicisti, critici, scrittori, tutti hanno riconosciuto l’importanza quasi sovrumana e trascendentale dell’album. Un album in cui c’è l’amore di DIO e verso DIO riconosciuto e vissuto attraverso la sofferenza, la gioia, la ritualità, la follia ed il terrore.
L’impatto dell’album è stato così grande che a San Francisco è sorta una chiesa dedicata al musicista, la St. John William Coltrane African Orthodox Church, dove le funzioni vengono basate su a Love Supreme e Coltrane è venerato come un santo.

Ora due parole che mi riguardano.
Finisce qui la mia storia di John Coltrane. Finisce qui perché ogni altra cosa detta non servirebbe a dimostrare la mia personale passione verso questo grandissimo musicista e non riuscirebbe a spiegare altro della sua vita. Il mio desiderio è che la vostra curiosità non termini qui ma possa andare oltre e portarvi a cercare quelle notizie che non sono stato in grado di darvi.
Fate una cosa. Mentre le parole scivolano via verso la comprensione o l’oblio dedicatevi un attimo ed in assoluto silenzio ascoltate la musica di Coltrane immergendovi nelle sue note.

Buona musica.

Vincenzo Altini




23/08/11

DONALD AUSTIN - CRAZY LEGS


Come già detto molto spesso negli articoli precedenti, ci sono musicisti che nella loro carriera hanno fatto poco, ma quel poco che hanno fatto ha lasciato il segno.
Proprio grazie allo sforzo dei collezionisti riprendono vita dei dischi che altrimenti sarebbero rimasti nel dimenticatoio. Dischi che non meritano assolutamente questa fine. Non a caso molti di questi album vengono ristampati sia in vinile sia in cd, per dar modo agli appassionati, o a chi magari si avvicinana alla black music, di usufruire di una facile reperibilità e di poterne apprezzare la bellezza.

Uno di questi casi è proprio il disco "Crazy Legs", su etichetta Eastbound, del chitarrista Donald Austin, originario di Memphis. C'è poco da dire su di lui, ha lavorato da arrangiatore e sessionista per Junie Morrison degli Ohio Players, per Fuzzy Haskins dei Funkadelic e per Ron Banks dei Dramatics, questo è il suo unico disco in carriera, e a dirla tutta è composto da parecchi brani usciti precedentemente su 45 giri.
Un disco che però attira l'attenzione di tutti i collezionisti nel mondo.

Parliamo di tredici tracce tutte strumentali che partono proprio dalla title track Crazy Legs, il brano più famoso del disco, inserito anche in parecchie compilations dedicate al funk, che parte con il suo ormai famoso riff di chitarra.
Funk potente quello di Donald Austin, caratterizzato da quel sapore blues che non fa mai male, anzi...

Non mancano breaks di batteria e covers, Hot Rooster e Can't Stand The Strain dei Funkadelic ne sono un esempio, eseguite in maniera notevole.

Da evidenziare assolutamente brani come Side Sadle, a mio parere la più potente del disco, la bellissima Rainy Day Fun, il country funk di Manassas Boogie che contiene anche un ottimo break, Nanzee e Sex Plot.
Tutto il disco comunque nell'insieme merita molto.

Nota particolare va fatta per la splendida copertina del disco, non a caso è una delle cover scelte da Joaquim Paulo per la sua splendida raccolta "Funk & Soul Covers" che sicuramente porta alla luce anche l'importanza di questo disco anche a livello collezionistico.

Non fate mancare questo disco nella vostra collezione, anche se la copia originale costa non poco, potrete trovare delle reperibili ristampe. Non ve ne pentirete.

Funk The System

Dj Danko


22/03/11

JOHN LEGEND & THE ROOTS - WAKE UP!


Titolo di un album che è tutto un programma se si pensa ai pezzi che contiene e al messaggio che contengono.

Wake Up! Svegliatevi, alzatevi e prendete coscienza del cambiamento e del periodo di negatività che il panorama musicale sta affrontando. Negatività e frivolezza dal punto di vista dei contenuti, con lo scarso impegno sociale degli artisti nel cercare di cambiare il mondo attraverso la musica, come si faceva nel periodo in cui vennero pubblicati per la prima volta i pezzi presenti in questo splendido lavoro di John Legend & The Roots.

Wake Up” è infatti un bellissimo album di cover con un solo inedito che è Shine, scritto da John Legend, al secolo John Stephens che, come i più attenti di voi sapranno, nasce come autore; ha scritto infatti tantissimi pezzi per artisti come Alicia Keys, Kanye West, Lauryn Hill e Mary J Blige fino a quando nel 2004 ha pubblicato il suo primo album “Get Lifted”, un album attesissimo considerato da molti (e anche dal sottoscritto) il miglior album di John Legend finora, che ha venduto oltre 5 milioni di copie in tutto il mondo! Ha pubblicato poi “Once Again” nel 2006, non ai livelli del precedente ma comunque degno di nota, e poi nel 2008, “Evolver” decisamente inferiore ai lavori già pubblicati.

Che dire dei Roots… Sono da sempre uno dei miei gruppi preferiti, fin dal lontano 1987, anno del loro debutto, si sono distinti tra la massa con uno stile unico e sperimentazioni musicali di primissimo livello. Sono un gruppo Hip-Hop, qualcuno li definisce “Jazz-rap” (che non è un genere) ma io preferisco collocarli in una zona intermedia, al centro tra soul, funk, Jazz e Hip-Hop perché è questo che i Roots sono; un gruppo eclettico che sorprende sempre più ad ogni nuovo album!

Ma torniamo a Wake Up! Si inizia subito con un super-pezzo ovvero Hard Times (1971) di Baby Huey & the Babysitters. Cover interpretata al meglio da John Legend che in quanto a talento puro è secondo a pochi tra gli artisti degli ultimi anni. Molto bello il pezzo rappato da Black Thought dei Roots che mettono in mostra tutto il loro talento musicale in questo brano e non solo.

Si prosegue con Compared To What del 1969 di Les McCann & Eddie Harris, rivisitato in chiave funk. Pezzo energico se ce n’è uno con lo spettacolare basso di Owen Biddle e riffs di chitarra elettrica di Captain Kirk Douglas che danno il meglio di sé! A seguire un pezzo davvero molto bello, fresco e piacevole, si tratta di Wake Up Everybody, pezzo del 1976 degli Harold Melvin & The Blue Notes, cantato da John Legend con la collaborazione di Common e Melanie Fiona. Wake Up Everybody è stato il primo singolo rilasciato da questo album ed è, secondo Me, il pezzo da classifica perfetto per un album del genere, di facile ascolto e molto orecchiabile anche per chi non è appassionato di black music.

Si torna al funk con un pezzo di Ernie Hines, ovvero Our Generation del 1972, con la collaborazione di CL Smooth. Grande energia e come al solito Roots che non si risparmiano in uno dei migliori pezzi dell’album secondo chi vi scrive. A metà album troviamo una sorta d’ intervallo, un prelude di Malik Yusef a Little Ghetto Boy dell’immenso Donny Hathaway. Cover spettacolare, rivisitata in chiave moderna con Black Thought e John Legend che in questo pezzo sembrano tornare al 1972, interpretando questa pietra miliare della musica soul, con una passione ed un ardore che fa invidia a tutti quei musicisti che pur di far soldi abbandonano le tradizioni, dimenticandosi delle radici e della vera essenza della musica soul e non solo. Un giusto omaggio di JL e The Roots a Mr.Hathaway e a questo pezzo che è davvero storia della musica!

Si resta nel 1972 con Mike James Kirkland e la sua Hang On In There, interpretata da John Legend in modo impeccabile, da perfetto Soulman, ci riporta negli anni 70 con questo pezzo malinconico e dimenticato da molti (me compreso).

Cambio di genere! Si passa al reggae con Humanity (Love the Way It Should Be) di Prince Lincoln Thompson & The Royal Rasses. Pezzo scritto dallo stesso Lincoln Thompson, divenuto celebre grazie al suo reggae in falsetto lo contraddistingueva da tutti gli altri musicisti reggae.Bellissima la cover interpretata da JL e i Roots che stupiscono anche con il reggae!

Back to Soul Music con Wholy Holy di Marvin Gaye… (e che ve lo dico a fare!). Brano del 1971 contenuto nella Bibbia del Soul ovvero What’s Goin On dello stesso Marvin. L’originale è un pezzo di struggente bellezza e sensualità anche se a tema religioso, del resto stiamo parlando di Marvin signori. John Legend è uno di quegli artisti che si è ispirato da sempre a Marvin Gaye come icona e modello da imitare (musicalmente parlando), e in questa cover riesce a ridare nuova vita ad un superclassico di Marvin spesso eclissato dai grandissimi successi che hanno sbancato le classifiche di tutto il mondo.

Altro grande pezzo, datato 1973, dal testo toccante e profondo. È I Can't Write Left Handed di Bill Withers. Pezzo che parla delle catastrofi della guerra, in particolare quella del Vietnam, dato che il questo brano è stato scritto in quel periodo, e dei segni indelebili che lascia sui corpi nelle anime di chi la vive. Anche qui John Legend da il massimo di se interpretando questo pezzo, quasi come se stesse implorando qualcuno di smetterla con questo scempio.

Ultima cover dell’album è I Wish I Knew How It Would Feel to Be Free portato al successo da da Nina Simone nel 1967. Brano famosissimo che negli anni è stato cantato da gente come Solomon Burke, John Denver, Ahmad Jamal, Marlena Shaw e molti altri risultando uno dei brani più coverizzati di sempre! Questo pezzo infatti con gli anni è diventato inno del movimento per i diritti civili. Accompagnato da un coro gospel d’altri tempi, John Legend promosso a pieni voti per le cover, risultando all’altezza anche in questo pezzo, breve ma intenso.

L’album si conclude con l’unico inedito che è Shine scritta dallo stesso John Legend. Brano piacevole in perfetto “stile Legend”, che chiude uno dei migliori album del 2010 in modo magistrale.

Wake Up! è più di un semplice album da ascoltare. È un album da capire, da assimilare per la qualità musicale dei brani, delle interpretazioni ma soprattutto per i temi trattati, che ne fanno un album impegnato socialmente, concepito durante la campagna elettorale del Presidente Obama con John Legend & The Roots schierati dalla sua parte.

Con questo album si è “risvegliato” anche lo stesso John Legend che si stava perdendo un po’ dopo lo scarso successo di Evolver. Con i Roots ha ritrovato energia ed è tornato più in forma di prima!

Un album consapevole, che fa riflettere sul momento musicale poco proficuo che stiamo attraversando e sui diversi problemi sociali che affliggono i popoli della Terra. I brani, infatti, non sono stati scelti a caso. Sono tutti pezzi pubblicati nel periodo più florido della storia della musica, gli anni 70, tutti socialmente impegnati. Ogni brano è stato interpretato magistralmente da JL e i Roots che ci danno, con questo lavoro, una vera “sveglia musicale” che dovremmo diffondere soprattutto tra i più giovani, sempre più lontani dalle radici della musica.

Musicalmente Wake Up è un gran bell’album, suonato egregiamente e piacevole da ascoltare, altamente consigliato. Un album originalissimo per come è stato concepito ed uno dei più belli degli ultimi anni secondo chi vi scrive. Del resto sapevamo già del talento indiscusso sia dei Roots, sia di John Legend che con questo album entrano definitivamente tra i migliori artisti del momento e di sicuro tra i migliori degli ultimi anni. Degne di nota anche le collaborazioni esterne con Common, Melanie Fiona e Malik Yusef che impreziosiscono il tutto con la loro presenza. Certo i puristi forse storceranno il naso ascoltando i pezzi rappati da Black Thought o Common ma sappiate che si tratta di MC di classe e di primissimo livello. Professionisti che prima di essere MC sono musicisti, produttori e quant’altro. Ci tenevo a sottolinearlo per quanti non li conoscessero.

Che altro dire allora?!

Wake Up! Svegliatevi!

Yayo

09/03/11

CHARLES BRADLEY: No Time For Dreaming

CHARLES BRADLEY: No Time For Dreaming.

Sinceramente, lo dico senza reticenze, storie come quella di Charles Bradley, facendo parte di un canovaccio nella musica nera, mi piacciono particolarmente. Sono storie che hanno un'impronta decisa di romanticismo cavalleresco e sembrano venute fuori da un'altra era. Certo, facendo riferimento a quella serie di “prodotti” musicali che l'industria discografica contemporanea sforna continuamente, Charles Bradley è, essenzialmente, un "figlio" di altri tempi, lontano dall'immagine commerciale della musica contemporanea. Non ha un faccino carino, non è ammiccante, non ha un look cool, non sculetta ma ha una voce che spacca ed una personalità che viene fuori ad ogni nota.

La sua faccia è quella tipica di chi ha vissuto una vita dura e difficile in cui la passione per la musica – nata nel 1962, quando la sorella lo accompagnò ad assistere al concerto di James Bronw all'Apollo Theatre – nonostante l'indiscusso talento, svolge il ruolo della cattiva compagna.

Bradley, infatti, dopo la scoperta della musica di JB, inizia a girovagare per gli states con lo pseudonimo di Black Velvet James Brown jr, imitando nelle movenze, nel look, nel modo di tenere il palco e nell'impostazione vocale James Brown senza per questo meritarsi fama e attenzioni da parte del pubblico e dei discografici. Ciò che, invece, gli permette di acquisire una certa notorietà è l'altra sua passione, la cucina che gli consente, facendolo diventare uno stimato ed affermato cuoco, di lasciare il suo nome impresso nelle varie città degli States.

Al rientro a New York, però, c'è una svolta: Charles Bradley incontra Thomas “Tommy TNT” Brenneck, chitarrista della scuderia DAP TONE. In quel periodo la Dap Tone aveva già scoperto la potenzialità vocale e mediatica di una star quale Sharon Jones; aveva, inoltre, già incontrato il soul morbido e d'altri tempi di Lee Fields e, con i Dap Kings (di cui Tommy Tnt è il chitarrista), il percorso di riscoperta di sonorità soul funk anni '60/'70 era iniziato e portato avanti con maestria. Fu per questo che a Brenneck venne spontaneo presentare Bradley a Bosco Mann.

Nacque l'EP Take It As It Come (2002), con Sugarman, sassofonista dei DAP KINGS, a cui seguirono, sempre direttamente per la Dap Tone Records, i singoli Now That I'm Gone (2004) e This Love Ain't Big Enough For The Two Of Us (2006), entrambi registrati con i The Bullets, altro progetto Dap Tones.

Nell'inseguire un sound dai connotati sempre più marcatamente soul funk 60's e 70's, la Dap Tone fa con Bradley quella scoperta che gli consente di catalogarsi ancora di più come casa discografica dagli evidenti caratteri nostalgici in cui la qualità e la pulizia del suono sono la parte preponderante. Inoltre, negli stessi anni, Brenneck lavora ad un altro interessante progetto, la Menahan Steet Band che con la Budos Band insegue su base orchestrale il sound perfetto degli anni '60. La ricerca porterà TNT a creare la divisione Dunham all'interno della DAP che si orienterà verso la registrazione analogica con mixer a 8 piste, così come avveniva negli anni '60.

Ma cosa c'entra tutto questo con Bradley? E' semplice: nel 2007, Charles Bradley inizia a collaborare fortemente con i Menahan Street Band diventandone l'espressione vocale, il front man, e producendo, dapprima, il singolo The World (Is Going Up In Flames) e successivamente Telephone Song che saranno poi inseriti in No Time For Dreaming, album uscito il 25 gennaio 2011.

Ora è semplice dire che il disco è bello, curato nei minimi particolari e che le atmosfere riscaldano l'aria in quanto il lavoro svolto da Bradley e la Menahan riproduce con assoluta pulizia il sound soul funk degli anni d'oro. Provate a sentire James Brown, Al Green e Marvin Gaye, chessò, tre pezzi a caso - It's A Man's World; Let's Stay Toghether e Let's Get It On - e provate a pensare che quei brani siano stati scritti e registrati nel 2011. Scoprirete molte affinità di questi tra questi grandi della musica nera e Charles Bradley.

Affinità che vanno oltre l'impostazione vocale.

La copertina di No Time For Dreaming è una citazione. Charles Bradley è sdraiato e sorride sornione guardando in macchina. Ricorda Jb in Soul On Top. Una scelta dettata da esigenze commerciali, senza dubbio, come allusiva è al foto contenuta all'interno del disco in cui Charles è ripreso mentre canta ad occhi chiusi e il viso contratto. JB, anche qui.

Se non l'avete capito, lo dico: il disco è da comprare.

Buona musica.

Vincenzo Altini

16/12/10

MILES DAVIS - Kind Of Blue


Miles Davis: 1949 - 1959. Kind Of Blue
La vita senza musica è impensabile... la musica senza vita è pura accademia... ecco perchè il mio approccio con la musica è un abbraccio totale.” (L.Benrstein)
Il jazz abbraccia questa filosofia ed è musica d'arte nel senso di esprimere il cuore di chi suona, aiutando l'uomo a confrontarsi con se stesso. Il jazz si rivolge a tutti nello stesso modo autenticamente umano dei quadri di Van Gogh, delle pennellate di luce di Caravaggio, dell'immaginifica concezione di Paradiso di Michelangelo. Così il jazz va incontrato, non consumato in modo indolore perchè contiene un grido, una visione espressiva che altro non è che il punto più profondo dell'essere umano.
Esiste una forma d'arte, in Giappone, in cui l'artista si trova a confronto con una tela bianca, un pennello e il colore nero, ed è obbligato ad essere spontaneo. In questa forma d'arte non è la perfezione che suggerisce l'emozione ma l'interpretazione presente nel messaggio, nell'opera dell'artista che dev'essere libero da condizionamenti assoggettato soltanto da quelle del proprio cuore. Questa forma d'arte, se vogliamo, grazie alla cosiddetta interpretazione improvvisativa, è molto simile al jazz...
L'artista è completamente nudo e privo di ogni forma di difesa, così, l'oggettiva difficoltà è nel conservare l'integrità dell'anima, del vissuto, e, in un certo senso, affrontare critiche e incomprensioni. Questa è l'anima del jazz. L'abbraccio incondizionato che il musicista, attraverso le improvvisazioni, volge all'ascoltatore.
La convocazione della formazione composta da Julian “Cannonbal” Adderley, Wynton Kelly, Paul Chambers, Jimmy Cobb, Bill Evans e John Coltrane per la session di registrazione di Kind of Blue di Miles Davis giunse al termine di un primo percorso evolutivo artistico del trombettista di Saint Louis.
Dopo Birth of The Cool, Miles fu travolto da una fase di incomprensione artistica che lo accolse al rientro negli USA dalla tournee francese con Tadd Dameron, Kenny Clarke e James Moody. In Francia, il cool jazz, con le sonorità limpide e "notturne", fu molto apprezzato e permise a Davis di entrare dalla porta principale nei circoli intellettuali parigini. In Usa, invece, il cool veniva visto come un'espressione artistica creata da un “nero per far suonare i bianchi”(Chet Baker, Jerry Mulligam) non riscuotendo, così, alcuna attenzione da ciascuna comunità . Poi, il distacco da Juliett Greco (amata follemente in Francia), la morte di Fats Navarro (vecchio amico), il primo divorzio e il senso di solitudine, spinsero Davis verso una forma di depressione che Miles cercò di superare rifugiandosi nella tossicodipendenza da eroina.
Solo nel 1954, dopo essere andato a Saint Louis per sottoporsi alle cure disintossicanti del padre, Davis riuscì a recuperare la sua verve artistica. Gli album Dig, Blue Haze, Bags' Groove e Miles Davis and the Modern Jazz Giant e Walking (anche se di tono inferiore rispetto alle future produzioni) rappresentano un passaggio fondamentale della creatività davisiana: l'inizio dell'uso sistematico della sordina; la gestione dello spazio musicale, ereditata da Ahmad Jamal; la collaborazione con Horace Silver per il primo disco di hard bop (Walking, 1954), in cui la sezione fiati - in tutte le tracce - suona all'unisono eccependo il lavoro solistico tipico del be bop, preannunciano il lavoro cesellante del Miles Davis degli anni successivi. Saranno questi, infatti, gli anni in cui Davis affinerà la tecnica pulita e languida tipica del suo stile, inserendo, nelle esecuzioni il sound minimalista con un approccio solistico e improvvisativo caratterizzato da strutture armoniche semplici ed immediate.
Il momento definitivo di svolta, l'attimo che indica che il peggio è passato, è rappresentato dal leggendario assolo su Round Midnight al festival di Newport del 1955: accompagnato da Thelonius Monk, Davis disegna su una tela bianca, con un pennello intinto nell'angolo più recondito del suo cuore, un abbraccio caldo, malinconico e rincuorante che accompagna l'ascoltatore verso una visione in cui la tromba è al centro dell'inquadratura ed il piano, con note basse, smorzate e lente, è la cornice di un bellissimo quadro che fu messo in vendita dalla Columbia nel 1955.
Nel 1954, rinvigorito dalla nuova ondata di successo, Davis fondò il primo dei suoi celebri quintetti: John Coltrane al sax tenore, Red Garland al pianoforte, Paul Chambers al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria. Questa è una delle più grandi formazioni di hard bop che produsse 4 importanti album per la Prestige Records – Relaxin', Steamin', Workin', Cookin'caratterizzati da un suono asciutto ed incisivo dove la tromba di Davis s'inserisce con un fraseggio che enfatizza il registro medio dello strumento.
Il sodalizio con Gil Evans, dopo Birth of The Cool, continuò con una serie di dischi, in cui Davis recita il ruolo dell'unico solista che s'inserisce con eleganza in finissime tessiture orchestrali. Miles Ahead del 1957 è l'esempio della splendida fusione.
Nel 1957, Davis, stanco dei problemi di tossicodipendenza dei componenti – tra i primi Coltrane e Chambers, che arrivavano, spesso, in ritardo e senza strumenti alle prove ed ai concerti –, sciolse il sestetto ed andò in Francia da Juliette Greco. Qui fu ingaggiato da Louise Malle per la registrazione del soundtrack del film “Ascensore per il patibolo” dove utilizzò un procedimento innovativo: l'incisione fu ricavata dal materiale sonoro, quasi completamente improvvisato, nato mentre i musicisti guardavano le scene del film.
Una volta rientrato in USA, Davis rispolverò l'idea del quintetto e, dopo aver reingaggiato Coltrane, che si era disintossicato, e Cannonbal Adderley, al sax contralto, riprese il suo percorso artistico nel mondo dell'hard bop. Milestone (1957) è l'album simbolicamente più valido di questo periodo in cui la title track presenta un Davis il cui stile improvvisativo, essenziale e melodico, sarà successivamente definito modale.
Sempre del 1958 è l'ultima collaborazione come sideman con Adderley per il fantastico album Somethin'Else.
Il 1959 è uno di quegli anni destinati a passare alla storia della musica.
Nel 1959 nasceranno, a pochi mesi l'uno dall'altro, due dei più importanti album della musica: Giant Steps di John Coltrane e Kind of Blue di Miles Davis.
Per Kind of Blue – universalmente riconosciuto come uno dei dischi più belli ed eleganti – Davis convocò il suo sestetto per la seduta di registrazione presso lo studio della Columbia Records della 30a strada di New York.
I musicisti si ritrovarono in sala di registrazione senza aver mai letto gli spartiti. A ciascuno, all'ultimo momento, Davis consegnò le scale da eseguire senza specificare né tempi di uscita ed entrata né il loro ordine di esecuzione. Ognuno era lasciato libero d'interpretare e di sfogare il proprio istinto seguendo quel che le scale davisiane gli suggerivano. S'iniziò a suonare. Davis di spalle al mixer, rivolto verso la crew, guardando negli occhi Coltrane, Adderley, Evans, Kelly (piano, soltanto in Freddie Freeloader), Chambers e Cobb , dettava a ciascuno i tempi di entrata e di uscita.
Ogni musicista usava il pennello intinto nella propria anima messa nudo, intingendo e dipingendo senza sosta. Nel disco si ascoltano straordinarie pennellate che abbracciano l'ascoltatore e lo accompagnano in Paradiso.
Il 2 marzo furono incise So What, Freddie Freeloader e Blue in Green. Il 22 aprile Flamenco Sketches e All Blues.
Le takes di registrazione hanno dato origine a leggende: si dice che ciascun brano sia stato eseguito una sola volta. In realtà, per rispetto al tormento d'animo vicino ad ogni forma d'arte, non è vero che ci sia stata una sola registrazione per ogni brano. Litigi accesi, discussioni, la voglia di procedere su strade differenti, portarono alla rottura definitiva tra i grandi componenti del sestetto. In fase di mixaggio del disco furono scelte le first take e rimase l'ordine delle tracce che Miles aveva pensato: quello delle due differenti session di registrazione.
Nel mettersi a nudo l'anima dell'artista si priva di difese, è tormentata. Vibra. Poi spicca il volo verso il Paradiso.
Questo album dev'essere stato fatto in Paradiso.” (Steve Cobb)
Buona musica.
Vincenzo Altini

04/02/10

MAGNUM - Fully Loaded


Benvenuti all’ennesimo capitolo Black Vibrations firmato dal sottoscritto, spero mi possiate perdonare per la lunga assenza…
Ad ogni modo non mi perdo in futili chiacchiere e vado ad iniziare.
Questo capitolo, seppur breve, lo dedico ad un disco in particolare, considerato da molti collezionisti una vera pietra rara, sto parlando dei Magnum e della loro unica fatica, il capolavoro “Fully Loaded”.
Pubblicato originariamente nel 1974 su etichetta The Phoenix, questa gemma del deep funk deve la sua rinascita proprio ai dj e ai collezionisti che, grazie alle loro costanti ricerche e alla loro dedizione nello scoprire nuovi capolavori dimenticati, ne hanno ridato alla luce lo splendore, facendolo riecheggiare a distanza di anni dal concepimento e portandolo all’attenzione degli appassionati del genere.
Non a caso, infatti, la traccia principale del disco dal titolo “Evolution”, è dapprima comparsa su una compilation stampata dalla Luv’N Height e poi, anni dopo, inclusa nella leggendaria raccolta “Pulp Fusion”, che ne ha addirittura dedicato i titoli di diversi volumi, appunto “Pulp Fusion – Evolution”, “Pulp Fusion – Magnum” e “Pulp Fusion – Fully Loaded”.
La copertina del disco può trarre in inganno, ricordando graficamente più una colonna sonora blaxploitation che un vero e proprio album.


Questo disco rappresenta l’unica incisione del gruppo, californiano, formato da ben otto elementi tra cui i fratelli Greene (Michael e Harold), da Kevin Thornton alla chitarra ritmica, da David Sutton alle batterie, da Vance Wormley al trombone, organo, piano e percussioni, da Thurron Mallory al sax tenore e alle percussioni elettriche, da George Chaney alle congas e ai bonghi e da Lamont Payne alle trombe e percussioni.

La piccola singolarità, davvero straordinaria, di questo disco è che è stato quasi totalmente (ben sei tracce su sette…) arrangiato da Michael Greene, leader del gruppo, che all’epoca della registrazione aveva solo 16 anni!!

Sua anche la voce principale presente nelle varie tracce, compresa “Evolution”, la vera hit del disco.

Il sound poderoso che scaturisce dall’ensemble di questi otto giovani musicisti parla da se.

Si parte dal funk più profondo e puro che attraversa tutto il disco, fino a toccare punte di rovente black rock e di rock psichedelico, sfiorando anche il funky-jazz venato di latin nel pezzo “Witch Doctor’s Brew”, il tutto dosato in modo perfetto ed elegante.


Il disco non ha lacune e non contiene tracce da considerarsi “minutaggio” di poco conto, è tutto da gustare, e vien facile da pensare che sia sopravvissuto all’oblio grazie soprattutto al suo indubbio valore artistico.

E proprio a questo hanno pensato le etichette (e ora anche Itunes!) che lo hanno ristampato su vinile e cd, per rendere questo diamante alla portata di tutti e di tutte le tasche.

Già, perché se desiderate una copia originale di questa perla, dovrete anche essere disposti a sborsare (a seconda delle condizioni e dell’affluenza all’asta…) dai 200 ai 300 euro!! Si, avete letto bene. Chiaramente, prima di fare acquisti incauti, toglietevi il dubbio di non incappare in una delle poche copie difettate esistenti, con un fastidioso fruscio lungo tutto il disco. Le copie più costose sono quelle con l’audio intatto.

I semplici appassionati troveranno sicuramente più comodo ed economico acquistarlo su cd, senza doverselo sgomitare con altri 10 collezionisti accaniti e col portafogli pieno.

Non vi resta che cercarlo e ascoltarlo.

Che il Funk sia con voi….


Dj Argento




22/10/09

COFFY (ROY AYERS)


Ci sono poche cose che rappresentano appieno il periodo vissuto dagli afroamericani alla fine degli anni ’60, segnate certamente dalle drammatiche dipartite dei grandi Malcolm X e Martin Luther King, o la ribellione violenta dei fratelli “ghettizzati”. Eventi tragici, certo, ma anche riscatto sociale nella musica, nel ballo e anche nei film. Sicuramente il periodo della cosiddetta “blaxploitation” riuscì a farci scorgere lo stile di vita e le difficoltà vissute dai neri nell’america di quegli anni. Non che le cose siano cambiate del tutto, certo. I film del periodo blaxploitation sono diventati con gli anni dei piccoli cult, roba rara da trovare, anche se ultimamente i titoli più famosi e meno oscuri si riescono a trovare anche in rete con ottimi formati dvx, ma in lingua originale, perché molti di essi non ebbero distribuzione in Italia. Anche la blaxploitation ha avuto il suo quarto d’ora di fama, con films quali “Shaft” o “Superfly”, autentici classici con colonne sonore pazzesche, basti dire che Isaac Hayes vinse l’Oscar per la colonna sonora di Shaft, vendendo milioni di copie, assieme alla ancor più strepitosa soundtrack di “SuperFly” del compianto Curtis Mayfield. Ad ogni modo andiamo al dunque. Nel 1973 venne realizzato questo classicone del periodo blaxploitation, “Coffy”. Trama semplice: Coffy (Pam Grier) ha una sorella che va in coma causa di droga tagliata male, si incazza come una iena e cerca tutti gli spacciatori, boss e magnaccia responsabili del coma della giovane sorella per farli fuori senza scrupoli. Un “Giustiziere della notte in gonnella” armata di lamette, bottiglie in testa e tette grosse e sode.

Film nato dalla necessità di mettersi in contrasto con un’altra eroina del periodo, ovvero “Cleopatra Jones”, con la bellissima Tamara Dobson scomparsa nel 2006, “Coffy” ispirerà una serie di filmakers, tra cui Quentin Tarantino, grande appassionato di blaxploitation e b-movies, che ne tributa un pezzo della colonna sonora nel film Jackie Brown, in cui lavora anche la splendida Grier. Coffy s’impone a livello mondiale nel circuito blaxploitation grazie anche alla magnifica colonna sonora di un Roy Ayers all’apice della sua carriera. Colonna sonora pluricampionata (anche dal nostro Fritz da Cat per Street Opera con Lord Bean), contiene pezzi famosi come pochi. Il classico per breakers “Aragon”, la bellissima “Coffy is the Color”e tanti altri gioiellini funky eseguiti con la maestria di Roy Ayers, vibrafonista Losangelino nato nel settembre del 1940, autore di indimenticabili classici (ricordate everybody loves the sunshine?), ma avremo modo di tornare a parlare di lui maggiormente più in la. Il vinile di “Coffy” è abbastanza raro, specie nei mercatini, e anche se ebay sta ammazzando a nostro favore i prezzi di alcuni dischi prima davvero introvabili, ora come ora questa colonna sonora mantiene una sua dignità economica. Per una copia originale dovreste essere disposti a sborsare dai 40 agli 80 euro a seconda delle condizioni naturalmente… ricordate che il disco fu stampato su etichetta Polydor. Non vi pentirete mai dell’acquisto di questo vinile….

In conclusione, cercate il film, guardatelo perché è uno spasso..

Dj Argento a.k.a. Dj Argento


SE VOLETE SCARICARE UNA MINISELEZIONE, CURATA DA DJ ARGENTO, DEDICATA ALLA COLONNA SONORA DI COFFY:

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