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06/11/12
AMY WINEHOUSE
Acquistare Lioness: Hidden Treasures (2011) è stata una impresa per molti fan di Amy Winehouse.
Perché pensi che un lavoro postumo possa essere incompleto, con pezzi rabberciati alla meglio, realizzati senza aver rispettato le volontà dell’artista. Oppure perché sai che, se fosse il disco migliore di Amy, saresti attanagliato dal rimpianto e dalla malinconia di non poterla più ascoltare un’altra volta.
Il testamento musicale di Amy Winehouse è un po’ tutte queste cose messe insieme.
Puoi trovarci piccole perle, come la versione reggaeggiante di Our day will come di Ruby & the Romantics, o Body and soul con Tony Bennett, probabilmente l’ultima vera incisione in studio di Amy, ripresa in un video nel quale i due si guardano con quel mix di attrazione e rispetto, l’uno rapito dal talento di lei, l’altra in ossequio al mito di un meraviglioso mondo al quale apparteneva anche Frank Sinatra, altro grande punto di riferimento di Amy.
In Like smoke, basata su un coro di Amy che si ripete per tutto il brano, si realizza finalmente l’unione con Nas. Stessa data di nascita (14 settembre), stesso produttore (Salaam Remi), e un continuo inseguirsi fatto di sample e giochi di parole: In my bed di Amy, contenuta in Frank, si sviluppa sul campionamento di Made you hook di Nas, il mr Jones di Me & Mr Jones (da Back to black) è proprio il rapper statunitense, che di cognome fa Jones.
Troviamo anche qualche pezzo in fase di lavorazione, che segue la linea del secondo album (Between the cheats, Will you still love me tomorrow), le versioni originali, e più asciutte, di Tears dry on their own e di Wake up alone, una versione alternativa - la preferita di Amy - di Valerie e la sua interpretazione di The girl from Ipanema. Questo classico della bossanova è proprio il brano con il quale Amy, armata di chitarra e di carisma, si è presentata a Salaam Remi, il produttore di Frank, il suo primo disco.
Nell’album di esordio (2003) c’è tutto il talento, ancora inespresso, di questa giovane cantante britannica, ma anche la sua voglia di rompere gli schemi e non restare ingabbiata in un cliché.
L’errore di Remi, ottimo produttore di Fugees e Nas, è proprio quello di voler inserire la sua voce in un suono perfetto da moderno jazz club, che mal si addice alla sregolatezza di Amy. Lei è quel tipo di cantante che va lasciata a briglie sciolte, che quando sta per salire sul palco, più che sostenere un concerto, sembra dover andare a fare shopping da H&M, ma che quando è lì, ed è nella serata giusta, puo’ tenere testa anche a Mick Jagger, come è successo nel 2007 durante il festival dell’isola di Wight.
Amy non è la stellina del r’n’b tutta honey e sugar, piuttosto non le manda a dire al maschio di turno, come succede in Stronger than me, primo singolo di Frank, che la rivela al grande pubblico.
È un concentrato di Count Basie, Frank Sinatra, Donny Hataway, Sarah Vaugan, Salt’n’Pepa e Beastie Boys: una miscela esplosiva, elegante e sfrontata al tempo stesso, che la fa diventare unica.
Il disco pur essendo schietto, Frank appunto, e ricco di spunti interessanti che fanno pensare alla nascita di una nuova stella, non convince del tutto Amy, che dichiara di sentirlo suo solo al 20% e che preferisce cantarlo durante i live ma non riascoltarlo.
Probabilmente c'è più sintonia con Mark Ronson, il produttore di Back to black (2006), il disco della consacrazione a livelli mondiali. Come se fosse un fratello maggiore, Mark la ascolta pazientemente in lunghe chiacchierate, in studio o lungo le strade di Manhattan, e coglie la voglia di Amy di fare un salto nel soul degli anni ’60, quello delle Ronettes e di Aretha Franklin, della Motown e della Stax, realizzato con voci femminili formidabili e band vigorose. Grazie anche all’apporto dei Dap Kings, il “gruppo di casa” della etichetta Daptone, che accompagna costantemente Sharon Jones in album e tour, Amy e Mark riescono a creare un’atmosfera speciale e un suono vintage, reso attuale dai temi trattati nelle canzoni. Dal famoso invito a ricorrere alle cure in Rehab, al quale Amy risponde con uno strafottente “No, no, no”, al funerale del suo cuore - celebrato in un video a tinte dark - in Back to black, dall’avvertimento di You know I’m no good (Ti ho detto che sono una combina guai, lo sai che non sono buona) ai dolori e alle sofferenze di Love is a losing game e Tears dry on their own.
In questi pezzi c’è tutta Amy, senza barriere e filtri, come se si guardasse allo specchio e ci raccontasse quello che prova. Ci sono la sua sensibilità e la sua ironia, la sua onestà e la sua vulnerabilità, i suoi problemi con la droga e l’alcol, la tormentata storia d’amore con Blake Fielder-Civil, i suoi idoli e i suoi demoni, ma soprattutto il suo grande talento. Ed è quello che ci mancherà e che difficilmente riusciremo a trovare a breve in un’altra artista.
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15/01/11
RAY CHARLES
«I was born with music inside me. That’s the only explanation I know»
La storia che sto per raccontarvi è quella di un artista che ha fatto epoca, uno degli artisti più grandi che la storia della musica abbia mai conosciuto. Uno dei pionieri del Soul, uno di quei nomi che tutti hanno sentito almeno una volta. Vi sto parlando di un Genio. Già perché è così che lo riconoscono tutti. Mi riferisco ovviamente a Ray Charles.
Giusto per avere idea di che personaggio sia Ray Charles, basti pensare che è stato inserito al 2° posto della classifica dei 100 migliori artisti ogni epoca dell’autorevole Rolling Stone, nel 2008, davanti a mostri sacri della musica come Marvin Gaye, Elvis Presley, Sam Cooke, Bob Dylan e John Lennon. Secondo “solo” a sua maestà Lady Soul, Aretha Franklin.
Ray Charles Robinson nasce nel 1930 ad Albany in una povera famiglia. Appena nato si trasferisce a Greenville, Florida. Abbandonato da suo padre quando era neonato, a soli 5 anni Ray assiste impotente alla morte del suo fratellino George, annegato in una tinozza piena d’acqua. Evento questo che segnerà per sempre la personalità di Ray che si sente colpevole dell’accaduto. Soffrirà per quasi tutta la vita di allucinazioni e fobie legate all’annegamento del povero George. Sempre in questi anni, il piccolo Ray inizia ad avere problemi con la vista, che lo porteranno alla cecità completa all’età di 7 anni. In realtà nemmeno lo stesso Ray conosce le cause del suo handicap. I medici allora gli diagnosticarono un glaucoma, secondo altri fu un’infezione.
Iniziò quindi a frequentare la scuola per ciechi fino alla morte di sua madre. Si trasferì in seguito a Jacksonville dove si esibiva per 4 dollari a sera in piccoli locali. Poi suonò per i Florida Playboys e in questo periodo Ray iniziò a portare gli occhiali scuri creati da Billy Stickles.
Si mette in luce a Seattle, dove si trasferisce nel 1947. Qui le sue performance attraggono l’attenzione di una piccola casa discografica che gli propone un contratto, è la Downbeat/Swingtime che rilascia il primo singolo in assoluto di Ray Charles, nel 1949 che è I Love, I Love You (I Will Never Let You Go). Nello stesso anno usciranno Confession Blues, How Long Blues e molti altri singoli fino al 1951 quando ottenne primi importanti risultati con Baby Let Me Hold Your Hand. In questo periodo incontra Ahmet Ertegün che gli fa firmare un contratto per la Atlantic Records. Sotto consiglio dei discografici cambia il suo nome d'arte in Ray Charles per evitare confusione con il pugile Ray Robinson.
I primi lavori con l’Atlantic, come i successi precedenti, sono ottimi ma mancano di quel tocco di originalità che ne farebbe dei pezzi unici. Lo stile musicale ricorda quello di Nat “King” Cole e Charles Brown, il che avrebbe annoiato il pubblico data la poca originalità e la sensazione di”già sentito” che si sarebbe diffusa.
Nel 1953 lo stesso Ahmet Ertegün, quindi, gli propone Mess Around, un brano scritto da Lui stesso. Ritmo travolgente e grande energia che fanno del brano una hit assoluta che scala le classifiche! È il primo grande successo del nostro Ray che nel 1954 supererà di gran lunga il successo di Mess Around con la spettacolare e pluricampionata I Got A Woman che spopola letteralmente in tutti gli Stati Uniti. Questo storico pezzo è stato scritto dallo stesso Ray, ispiratosi ad un pezzo dalle sonorità tipiche degli stati del Sud che spesso Ray ascoltava in radio. Ed è insieme a Renald Richard, suo trombettista che scrivono questo pezzo, sulle note di un frenetico gospel e sonorità rhytm and blues. Non mancarono le critiche da parte delle comunità religiose che vedevano profanato il loro sound, tipico dei canti sacri. Soprattutto perché nel testo si parla di donne. Già le donne. Un aspetto della vita di Ray Charles che influenzò molto la sua carriera e le sue scelte musicali. Nella sua vita Ray si sposò solo due volte, ma ebbe ben dodici figli da sette mogli diverse.
La sua storia più importante è probabilmente quella risalente al periodo più florido della sua carriera, insieme a Della Beatrice Howard che aiutò molto Ray nello sviluppare una propria identità musicale. Molte però furono le sue amanti tra le quali Margie Hendricks che era una delle tre Raelettes, il trio di coriste reclutate da Ray stesso per dare una seconda voce ai suoi pezzi. Scelta che si rivelò azzeccata come non mai dato che qualche anno dopo tutte le radio trasmettevano l’originalissima e per certi versi divertente What’d I Say. Intro di basso unica, quasi rivoluzionaria dato che fu uno dei primi singoli rhytm and blues ad affermarsi nelle classifiche pop ottenendo un successo spropositato. What’d I Say è al decimo posto nella classifica di Rolling Stone delle 500 canzoni più belle di sempre! Il fato volle che questo pezzo non era programmato e non era nemmeno nella testa di chi l’avrebbe suonato quella sera, probabilmente a Brownsville, Pennsylvania. Uno show terminato troppo presto e Ray che fu costretto ad improvvisare e dare spazio a tutto il suo genio musicale. Tra le prime battute troviamo influenze di boogie-woogie, poi si passa al blues in 12 misure; una serie di riffs seguiti da percussioni, con parti di gospel con le Raelettes che seguono Ray sui celebri versi (Ooohhhh, Oooohhhh,….) oppure nel ritornello quando, dato che improvvisava, sembra chiedere:«Tell Me What’d I Say» (Ditemi cosa devo dire!) e poi gemiti con allusioni sessuali, in un botta e risposta tra Ray e coriste dal ritmo incalzante che, ascoltandolo, difficilmente vi farà stare fermi!
What’d I Say fu il primo brano rhytm and blues a sfondare nelle charts pop e questo segnò la diffusione del soul in un pubblico più universale. Quasi come un puzzle, la missione di the Genius si stava compiendo: aveva tastato il terreno con I Got A Woman, “profanando il gospel” e ora con What’d I Say aveva cambiato le carte in tavola ottenendo un disco d’oro e influenzando tutta la storia del blues, e del rock and roll.
La sua fama è ormai alle stelle e arriva il momento per i cambiamenti. Firma infatti un contratto con la ABC Records. Siamo nel 1959. Iniziano gli anni d’oro per Ray che domina le classifiche R&B americane e non solo! Sono gli anni di Georgia On My Mind, dalle sonorità country/blues. Un inno al suo Stato d’origine, lo stesso stato che nel 1961 lo mandò via per sempre, quando si rifiutò di suonare per un pubblico, quello di Augusta, Georgia prettamente razzista. Sono gli anni della segregazione razziale e Ray con il suo gesto da una scossa al movimento per i diritti degli afroamericani.
Sempre nel 61, nuovo singolo, nuovo successo! Hit The Road Jack, scritta da Percy Mayfield, in cima alle classifiche grazie a Ray e le Raelettes che “dialogano” anche qui splendidamente anche in questo pezzo. Negli anni successivi ci saranno Unchain My Heart, You Don’t Know Me, You Are My Sunshine, Don’t Set Me Free e molti altri successi.
1962, esce “Modern Sounds in Country and Western Music” album country come s’intuisce dal titolo che diventa uno dei più venduti di tutti gli States! Grazie a questo album anche la musica country entra nelle chart nazionali! Ray Charles era da sempre grande appassionato di questo genere musicale essendo cresciuto nelle campagne del sud, ascoltava spesso brani del genere e. Non era tanto la musica country che Ray amava, quanto le storie che raccontava; storie parlavano di amori tormentati, di cuori infranti e sentimenti incompresi. Negli anni successivi pubblicò altri lavori country riscuotendo un discreto successo.
Come tutti i grandi geni, anche Ray Charles aveva dei problemi. Non mi riferisco alla cecità ma al suo consumo di eroina, fin dai tempi di Seattle. Con gli anni divenne sempre più succube della droga fino a quando venne arrestato prima ad Indianapolis poi a Boston dove rischiò seriamente di finire in prigione. A questo punto iniziò a disintossicarsi in una clinica di recupero a St.Francis. Ray ne uscì rigenerato.
Il 7 Marzo 1979, l’assemblea generale della Georgia si scusò con Ray Charles dopo i conflitti per i diritti civili e nell’aprile dello stesso anno Georgia On My Mind divenne canzone ufficiale dello stato.
Negli anni 80 la produzione musicale di Ray Charles è intensa così come negli anni passati, purtroppo però non sono all’altezza delle produzioni degli anni 60 e 70. Per rilanciarsi ed avere anche apprezzamento da un pubblico più giovane, interpreta la parte di Ray, vecchio venditore di strumenti musicali, nel film The Blues Brothers (1980), e si esibisce in Shake Your Tailfeather. Nel 1985 invece partecipa al progetto USA for Africa cantando una parte importante nella We Are The World con Michael Jackson, Lionel Richie e soci.
Non vi ho parlato della discografia di Ray Charles. Ho preferito focalizzare i singoli successi anche perché la produzione discografica di Ray è davvero infinita, conta ben 62 album di cui 7 live dai quali sono stati estratti 127 singoli! Gli ultimi album di Ray da vivo sono datati 2004 e sono “Live @ The Olimpia”, registrato nel 2000; “Ray Charles Celebrates a Gospel Christmas With the Voices of Jubilation”, album natalizio e “Genius Loves Company” album di featuring con importanti artisti come Elton John, Norah Jones, Diana Krall, B.B. King, e molti altri; che riporta Ray in vetta alle classifiche, tanto da aggiudicarsi ben 8 grammy su 10 nomination, compreso quello di Album dell’anno! “Genius Loves Company” uscì il 31 agosto 2004, due mesi dopo la morte del Nostro Genio. Infatti il 10 giugno Ray si spense nella sua casa a Beverly Hills, circondato dalla sua famiglia e dai suoi amici più stretti. Ad ucciderlo, un cancro al fegato. Aveva 73 anni.
Nell’ottobre dello stesso anno uscì “Ray” film biografico sulla vita di Ray Charles, molto introspettivo e profondo. La spettacolare e perfetta interpretazione di Jamie Foxx nei panni di Ray Charles gli valse l’Oscar come miglior attore protagonista. Assolutamente da vedere!
Sono pochissimi gli artisti che possono vantare una produzione simile a quella di Ray Charles, non tanto per il numero di album, ma per le pietre miliari che ci ha regalato tra la fine degli anni 50 e la metà degli anni 70. Una voce unica, calda, appassionata. Inconfondibile. Le sue movenze e il suo modo di suonare il piano come nessun altro ne hanno fatto un’icona, uno dei più grandi esponenti di sempre della musica soul e non solo. Ray è stato modello e fonte d’ispirazione per tantissimi giovani musicisti che hanno seguito il vento dell’innovazione portata dallo stesso Ray regalandoci un patrimonio musicale dal valore inestimabile che meriterebbe di essere tramandata a tutte le generazioni.
Yayo
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RAY CHARLES
13/09/10
SHARON JONES

Sharon Jones
La prima cosa che viene in mente quando si ascoltano le note del soundtrack di Up In The Air è che se quel giorno del 1996 alla registrazione di Soul Tequila per la Pure Records si fosse presentato il corista che era stato invitato a supportare i Soul Providers e Lee Fields il film inizierebbe in maniera diversa ed oggi avremmo una star in meno nel firmamento della black popular music. E' facile lasciarsi trasportare dalla musica mentre le immagini del film scorrono lente. Sono le note di This Land Is Your Land su un'inquadratura che scivola via tra un paesaggio ripreso dall'alto che sfuma tra nuvole e cielo. Il film è poca cosa ed è difficile mantenere viva l'attenzione con Clooney che fa il belloccio, sempre in viaggio e senza casa, e, alla fine, ciò che resta scolpita nella memoria è la splendida voce, calda e sensuale, di Sharon Jones ascoltata sulle prime immagini del film.
Sharon Jones, nome d'arte di Sharon Lafaye, all'età di 54 anni – è nata ad Atlanta ( città di J.B.) nel 1956 – è, ora, una stella di prima grandezza e la sua vita può essere portata come esempio del sogno americano. Infatti, dopo anni di esperienze in pub, locali, session di registrazione, anni in cui si sentiva dire che: “... il mio fisico non rientrava nei canoni della musica popolare nera. Mi veniva detto che ero troppo bassa e grassa, che non avevo il look adatto e mi consigliavano di schiarirmi la pelle...” ci voleva la straordinaria intuizione di Philiph Lehman e Gabriel Roth, band leaders dei Soul Providers, che, colpiti dalla presenza scenica della voce di Sharon, inclusero in Soul Tequila le tracce “Swithchblade” e “The Owner” a nome della sola Sharon. Da questo momento in poi la signora Sharon Lafaye, guardia giurata per la Wells Fargo Bank e guardia carceraria dell'istituto di correzione di Rikers Island, lasciò il posto a Sharon Jones.
La scelta del nome d'arte fu dettata dai ragionamenti che Gabriel Roth aka Bosco Mann e Sharon fecero. Era necessario partire con una campagna a vasto respiro tesa a mettere in risalto la storia stessa della Jones. In una realtà sociale in cui l'immagine è tutto avere una gran voce non è sufficiente, bisogna procurarsi qualcos'altro. Sharon e i suoi anni e la sua realtà e la sua storia erano lì su un piatto d'argento, serviti e pronti. L'idea fu quella di consegnare alla musica nera americana un'artista di vecchio stampo, lontana dall'immagine tutto culo e tette e facce ammiccanti delle starlette dello show biz contemporaneo, un'artista che per anni era stata “un americano qualunque” e che venendo fuori dal passato giungeva alla notorietà. Una "Jones" appunto. Ciò, però, non bastava: serviva una casa discografica pronta ad investire sul progetto e una band in grado di produrre il giusto sound.
Dopo aver iniziato un progetto discografico con Lehman ( la Desco Record, con un catalogo che comprendeva Daktaris, Lee Fields, Naomi Davis, Sugarman 3...), Roth iniziò una sua nuova avventura musicale e con Neal Sugarman, sassofonista e leader dei Sugarman 3, fondò la Daptone Records in cui confluirono gli ex Soul Providers Binky Griptite – chitarra, Earl Maxton – organo, Anda Szilagly – tromba, Fernando Velez – percussioni oltre a Leon Michels- sax e Homer Steinwess – batteria per dar vita ai Dap – Kings. La band sarebbe stata, secondo le idee di Bosco Mann, la base, con un sound black con chiari riferimenti all'epoca d'oro ( gli anni '60/'70), di tutte le produzioni musicali della Daptone.
Il primo disco, nel 2002, fu Dap Dippin' With Sharon Jones And The Dap-Kings la cui traccia più conosciuta è Casella Walk. La copertina è nera con in alto Sharon Jones in giallo e Dap – Kings, scritto in dimensioni lievemente più piccole, in azzurro. Sulla destra una foto di Sharon con vestito tubino rosso mentre canta.
Il disco fu un successo e consegnò la voce di Sharon alle prime compilations ed ai primi interventi in televisione e partecipazione a festival.
Seguirono Naturally, nel 2005, con This Land Is Your Land e 100 Days, 100 Nights, nel 2007, entrambi esempi di soul funk in perfetto stile epoca d'oro della black music.
Il lavoro d'immagine della Daptone continua puntando sulla semplicità e sulla capacità comunicativa della voce della Jones. Naturally è presentato con una copertina nera, in cui spicca il nome di Sharon Jones in rosso, in alto a destra, e quello dei Dap – Kings, sempre in una grafica più piccola, in giallo. Il titolo del disco è in caratteri neri contornati di bianco e Sharon, stavolta a sinistra dell'immagine, è seduta di profilo su una poltrona dello stesso rosso usato per scrivere il suo nome mentre guarda una lampada giallo Dap-Kings. Alle spalle una finestra aperta che proietta luce ed illumina la copertina. Un po' a significare l'inizio di qualcosa di luminoso. Del resto la conoscibilità della Jones non aveva ancora raggiunto i livelli desiderati e puntare su suo volto non sarebbe stata un'ottima scelta comunicativa. La copertina segnala note e musica, invita all'ascolto, e il disco, francamente, non delude, anzi, sorprende favorevolmente.
100 Days, 100 nights è, a livello d'immagine, una variazione di tendenza: copertina arancio sfocata verso il centro in cui Sharon Jones, con tubino e sandali con tacco dorati, le mani sulle cosce, guarda all'esterno e stuzzica curiosità. Il nome è in grigio, il titolo in due colori e i brani sono indicati sulla destra del frontpage. È un cambiamento nell’immagine e nella comunicazione della Dap con Sharon: il volto e la figura sono conosciuti e la musica, beh, è speciale, piena e carica di emozioni. La copertina richiama al periodo d’oro della black music e il richiamo è confermato dal video in bianco e nero di 100 Days, 100 Night incentrato su Sharon Jones e i Dap – Kings con immagini che derivano dalle rivisitazioni televisive di fine anni 50.
L'attenzione su Sharon non è, però, lasciata alle sole copertine e ai dischi. Mentre i Dap – Kings suonano per Amy Winehouse e Al Green, la Jones partecipa al Dave Letterman Show, a film di Denzel Washington, a dischi di David Byrne, Fatboy Slim, Lou Reed, Bob Dylan, Rufus Wainwright e Robbie Williams e le compilation soul funk fanno incetta dei suoi brani. Sono gli effetti del successo.
In Here Lies Love, ad esempio, disco teatrale di Byrne, la Jones è una delle voci con cui l’ex Talking Heads fa parlare e cantare Imelda Marcos durante uno dei sui viaggi nella New York dello Studio 54, quei locali che gli Heads prendevano in giro con le loro canzoni. In questi viaggi, Imelda, ride, sorride e piange e Sharon l'interpreta alla perfezione. E' l'effetto di una voce che va dritta al cuore come la gioia o la tristezza sul volto di un bambino e i fan, se ne rendono conto. Basta andare ad un suo concerto per capirlo. Musica che trascina le emozioni e porta a ballare, a sorridere, a piangere di gioia.
Nella musica della Jones il supporto dei Dap – Kings è fondamentale. Ogni loro costruzione è uno spettacolo per l'ascoltatore: misurati e sfavillanti, fantasioni e disciplinati e mai – dico mai – si scopre uno strumento che copre gli altri. Ogni pezzo è una costruzione minuziosa con le note perfettamente inserite a far risaltare la voce di Sharon.
In I Learned The Hard Way, ultimo lavoro uscito nel 2010, il processo di costruzione del personaggio è compiuto. L'ascolto riporta ai tempi di Ike e Tina Turner e sembrerebbe, se non si avessero punti di riferimento temporali, che il disco sia effettivamente stato registrato all'inizio degli anni 70, quasi una produzione Motown (She Ain't No Child No More, Better Things To Do e Give It Back sembrano pezzi tipici della Mot). Il disco è un involucro sontuoso e magico, in cui la voce di Sharon fa da sibilla e introduce l'ascoltatore nel tempio acustico costruito dai Dap - Kings. Un lavoro semplicemente bello, senza grandi sorprese, ne in negativo ne in positivo. Un disco da cui traspare tutta la sfrontatezza e la sicurezza di una vita difficile.
La mancanza totale di sorprese, letta come totale assenza di novità nel sound e nell'impostazione dei brani, non è risultata ben vista dalla critica. Alcuni hanno letto una ripetitività con i lavori precedenti più che continuità con gli stessi. In effetti il disco sembrerebbe, ad essere poco attenti, una seconda o terza parte di un album doppio/triplo con "Naturally" e "100". In realtà, al secondo ascolto, ci si rende conto che I Learned The Hard Way ha toni più soul e meno funk rispetto ai precedenti ed è un album di maturazione, di continuatività di un processo evolutivo e costruttivo di una grande star. La stessa stella che ti guarda sfidandoti dalla copertina del disco. Sharon è vestita di bianco, scarpe con tacco e a testa alta guarda e sfida chi la sta guardando, alle sue spalle ci sono i Dap - per la prima volta in frontpage e in fotografia -, abito scuro e dolcevita rosso. È l'interno di un cortile newyorkese. Guardano fuori. Sorreggono la Jones e le proteggono le spalle. Il mondo è fuori e la loro è una sfida.
Buona musica.
Vincenzo Altini
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SHARON JONES
01/09/10
MARTHA REEVES

Un'onda che ti travolge, un calore che ti avvolge, un sound che spazza via le brutture del quotidiano e ti porta altrove, in un mondo perfetto dove tutto ruota attorno alla musica e l'amore regna sovrano: ecco, Martha Reeves offre tutto questo e molto altro ancora.
È la voglia di vivere che filtra attraverso la sua voce, divenuta perfetto canale di sfogo di parole che sembrano nascere dai pensieri di chi ascolta, tanta è l'empatia che la sua musica è in grado di creare.
Certo, nascere in Alabama figlia di un “preacher man” e crescere nella Detroit divenuta centro nevralgico della cultura musicale americana hanno certamente avuto peso nel plasmare la figura di quella che, ad oggi, è una delle icone riconosciute della musica black; è vero anche, però, che Martha Reeves si è battuta per inseguire ciò in cui credeva e non i diversi cambi di formazione delle bands, non l'esaurimento nervoso di cui soffrì a fine anni '60 e nemmeno la scarsa attenzione delle major, negli anni, le fecero pensare di essere arrivata: era nata per la musica, e lo sapeva bene.
Esperienza fondamentale si rivelarono gli anni trascorsi alla Detroit's Northwestern High School,
durante i quali militò nei gruppi The Del-Phis, The Sabre-Ettes (al quale lei stessa diede vita), The Fascinations, per fare poi ritorno alle origini, The Del-Phis appunto, scritturate dall'etichetta
Checkmate (parte della Chess Records) con la quale registrano, nel 1961, il disco “I'll Let You
Know”.
A seguito dell'acquisto dell'etichetta da parte di Motown, The Del-Phis arrivarono a
registrare, con il nome The Vels, una canzone composta da Gloria Williams intitolata “There He Is (At My Door)”. Il gruppo cessò la sua attività a seguito dell'abbandono della Williams, dovuto al fallimento che il singolo riscontrò, e del poco tempo a disposizione di Martha, assorbita degli
impegni di lavoro e delle esibizioni nei nightclub del circuito cittadino, presso i quali si fece
conoscere con il nome di Marta LaVaille; fu proprio durante una di queste serate che un membro
dello staff Motown la notò, proponendole un incontro alla sede per un provino: l'audizione non
avvenne mai (lei si presentò il giorno sbagliato!), ma ottenne un lavoro da segretaria presso
l'etichetta di Detroit.
Ed eccoci arrivati nel 1962, in piena Guerra Fredda: siamo nell'anno dell'elezione di John Fitzgerald Kennedy e del primo volo dell'uomo nello spazio, ed è in questo clima di fermento e rivoluzione che fa il suo ingresso il gruppo destinato a lasciare un distinguibile segno nel panorama musicale internazionale e non: della ricetta “The Vels” rimangono tre ingredienti i quali, miscelati a dovere da Le Grand Chef Mr. Berry “Motown” Gordy, danno forma alla più delicata prelibatezza della black music, la band Martha Reeves and The Vandellas (Reeves, Ashford, e Beard, sostituita nel '64 da Betty Kelly).
La scelta del nome della formazione, circondata da un alone di leggenda, sembra essere dovuta alla scelta di citare due nomi, la Van Dyke Street, nei pressi dell'abitazione della Reeves, e Della Reese, cantante e predicatrice americana).
Sino al 1972, sarà un susseguirsi frenetico di successi, da “Come and Get These Memories” e “Heathwave” del 1963, a “Black Magic” del 1972, passando per “Watchout!” (1966) e “Sugar'n'Spice” (1969). Il singolo “Nowhere to run” (“Dance Party”, 1965) fu il primo a dare una vera e propria scossa al pubblico, e alla cantante stessa che, arrivata a scatenarsi al punto di sentirsi “like James Brown”, in un'occasione ebbe a dichiarare scherzosamente: “Il mio fisioterapista mi ha detto di andarci piano”!.
Spinte sin sulle vette delle classifiche nazionali ed europee, avvolte nel successo e travolte dagli
eventi, le “Vandellas” vissero gli ultimi anni di carriera in maniera assai tormentata: vuoi per
problemi personali, per scontri interni e cambi di line-up,il gruppo stava perdendo la propria forza, era giunto dunque il momento di lasciarsi.
É del 1972 l'annuncio della Reeves di voler intraprendere, dall'anno seguente, la carriera solista: con la MCA, Inc. (assunta la decisione di non seguire la Motown nel trasferimento a destinazione Los Angeles) realizzò, nel 1974, “Martha Reeves”, uno degli album più costosi fino a quell'epoca,
accolto con sufficienza dalla critica.
Nel 1977, abbandonato lo stile di vita che lei stessa definì “rock'n'roll life style”, fatto di pillole ed
alcool, come l'Araba Fenice rinacque dalle proprie ceneri, nuova donna e nuova Cristiana.
Da allora, sino ad oggi, ha alternato la sua presenza tra lo scenario musicale (vantando la
partecipazione allo spettacolo “Ain't Misbehaving” a Broadway) e l'ambito sociale-politico, che la
vide ascendere, nel 2005, al ruolo di “portavoce dei giovani della città”, ottenendo una poltrona al
Detroit City Council; dovette abbandonare quattro anni dopo, in seguito a traversie e critiche che le vennero aspramente mosse.
Decisa quindi a dedicarsi a tempo pieno alla musica, la sua voce ha ripreso con fervore ad
accompagnare la vita di molti.
E Colonna sonora in senso stretto lo è stata eccome: basti ricordare la traccia Nowhere To Run in
“Good Morning Vietnam” (1987), Wild Night in “Thelma e Louise” (1994) e Dancing In The
Streets in “The Boat That Rocked”; per il film del 2005 “Hitch” (dir. Andy Tennant) Will Smith ha rispolverato dagli archivi Motown l'inedita “It's Easy To Fall In Love”.
L'album del 2004 “Home to You” è stato nominato disco dell'anno dalla Asbury Park Press; nello
stesso anno la discografia dell'artista è stata riproposta nel cofanetto di 4 cd della PBB special,
“Motown: The Early Years”, per il quale Martha ha curato le note del libretto; una Gold collection è stata pubblicata nel marzo del 2006.
Annoverata fra gli artisti della Motown Hall of Fame e della Rythm&Blues Hall of Fame, a tutt'oggi Martha Reeves non manca di entusiasmare il pubblico con tour ed esibizioni permeate della magia che conserva, ed in qualche modo ravviva, dagli anni '60.
Grande artista, donna di stimabile forza di volontà, ha saputo affrontare le traversie e cogliere le
occasioni della vita conscia di un dono che la rende strumento di amore, voce di una dimensione
altra, da esplorare sulle onde di una musica che diviene Paradiso.
Amen, Sorella.
Astrid Majorana
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MARTHA REEVES
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